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NUMERO 12 - 15/06/2016

 Bicameralismo differenziato e governabilità

Parto da una domanda: quali sono i motivi che hanno indotto il legislatore costituzionale a superare il bicameralismo paritario? Sono soprattutto due: il primo è quello di portare un favor alla governabilità e, quindi, alla stabilità di Governo con una maggioranza politica certa nella sola Camera dei deputati; l’altro è quello di completare il processo di federalismo, avviato nel 2001, con la trasformazione del Senato in una Camera rappresentativa delle autonomie territoriali. Questi due punti devono essere comunque tenuti fermi. La finalità della riforma costituzionale deve essere essenzialmente questa: provare non dico a garantire, perché non è possibile, ma almeno a favorire ogni forma di governabilità, sottraendo al Senato la capacità di esprimere la fiducia, e potenziare nella seconda Camera l’espressione delle autonomie territoriali per portare a compimento quel progetto iniziato nel 2001, che si è sempre ritenuto monco proprio nella misura in cui non era prevista una Camera che fosse espressione delle autonomie territoriali. Quindi: il cambiamento del tipo di Stato, da regionale verso uno a tendenza federale, avviato con la riforma costituzionale del 2001, non può non manifestarsi anche per il tramite di una Camera rappresentativa delle autonomie territoriali. Anche se di federalismo, in questo ultimo periodo in Italia, se ne parla davvero poco, nonostante l’entusiasmo iniziale di molti commentatori e forze politiche (e non mi riferisco solo alla Lega, anzi…); basti vedere come si sta facendo spegnere, nel silenzio assordante, il federalismo fiscale la cui attuazione era stata affidata a una legge delega che non produce più decreti attuativi sotto il coordinamento di una Commissione che di fatto non c’è più. Voglio altresì sottolineare, che il superamento del bicameralismo paritario, autentica “anomalia italiana”, trova concorde la stragrande maggioranza delle dottrina costituzionalistica fin dagli anni Settanta: con gli scritti di Mortati e poi di Occhiocupo sulla Camera delle Regioni, e quindi studi più risalenti ai giorni nostri, tutti favorevoli alla riforma del Senato considerato un inutile doppione della Camera dei deputati. Anche alla luce dell’esperienza comparata dove, stando almeno in Europa, non c’è un Paese in cui vi sia un sistema bicamerale paritario ma piuttosto un bicameralismo differenziato, nelle funzioni e nella composizione (vedi Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna etc…), o addirittura un monocameralismo (vedi Belgio e Portogallo, per esempio). Certo, la eliminazione del rapporto fiduciario con il governo riduce significativamente il ruolo del Senato nel circuito dell’indirizzo politico. Il rischio, allora, è quello  fare dei senatori – per riprendere una affermazione di Luigi Palma di fine Ottocento – degli “invalidi della Costituzione”. Il timore è che il Senato possa diventare un’istituzione – consentitemi, con tutto il rispetto per la sua gloriosa storia – di serie B rispetto alla prima Camera. Vorrei, però, essere radicale sul punto. Il Senato dovrà essere un’altra cosa, sarà il Senato delle autonomie e, pertanto, dovrà avere altre funzioni e un’altra composizione. Bisognerà abituarsi all’idea che la seconda Camera cambia radicalmente, muta e si trasforma rispetto alla fisionomia originaria del 1948. È una presa d’atto che bisogna pur fare. D’altronde, se eliminiamo il rapporto fiduciario tra Senato e Governo, è chiaro che, a cascata, l’istituzione si deve trasformare, vedendo ridotta la propria presenza all’interno della dinamica del rapporto tra le istituzioni, proprio perché non dialoga più con il Governo, proprio perché non puntella più il Governo, proprio perché non gli può dare o sottrarre la fiducia. La riforma del Senato – insisto – è urgente sin dalla modifica del Titolo quinto, e quindi dal 2001, quando si è avuto un radicale cambiamento dei rapporti tra stato e regioni, soprattutto in tema di legislazione. La tesi, sostenuta con forza persuasiva, è sempre stata quella che un sistema federale deve prevedere una camera che sia rappresentativa delle autonomie territoriali (Germania e Usa docet). Dal momento che in Italia questo non è avvenuto, allora non possiamo considerarci veramente un paese federale. Il punto, però, è che al senato rappresentante delle autonomie territoriali dovrebbe essere consentito di svolgere, innanzitutto e soprattutto, un ruolo di raccordo tra le istanze regionali. E quindi una camera dove si concertano le politiche regionali attraverso i rappresentanti delle venti regioni. Dove, cioè, si valuta l’impegno legislativo regionale, anche per evitare il contenzioso costituzionale con lo stato, che negli ultimi quindici anni ha impegnato la Corte costituzionale, costretta suo malgrado a “riscrivere”, attraverso le sentenze, le competenze legislative del centro e della periferia. Ecco, il vero compito di un senato delle autonomie territoriali non è quello di fare politica nazionale ma di coordinare le politiche regionali, stabilendo in quella sede le migliori scelte legislative territoriali e impedendo che si creino eccessi di differenze fra modi e metodi dell’organizzazione delle singole realtà regionali. Per esempio in materia di sanità e tutela della salute... (segue)



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