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NUMERO 12 - 15/06/2016

 Considerazioni critiche sull'iter e sulla procedura referendaria

Nel solco del titolo assegnato a questa tavola rotonda mi limiterò a porre all'attenzione alcune questioni che, a mio parere, possono contrassegnare o comunque interessare in modo specifico la fase che va dall'approvazione della riforma costituzionale allo svolgimento del referendum costituzionale del prossimo autunno. Si tratta di faccende di carattere generale che, piuttosto che interessare questo o quell’aspetto del disegno di riforma, attengono al processo decisionale che lo riguarda. Un primo piano problematico riguarda la forte carica di politicità che caratterizza il dibattito che ha accompagnato  (e ancora accompagnerà) la presente vicenda riformatrice, rischiando di allontanare l'interesse dalle scelte di merito compiute dal legislatore di revisione. Quel che voglio qui sottolineare è che non si tratta di un semplice accidente o di una casualità, ma della conseguenza di alcuni fattori e di talune scelte che cerco rapidamente di esplicitare. Innanzitutto, il fortissimo intreccio fra azione di riforma costituzionale e azione di governo. Il disegno di legge di revisione appena approvato dalle Camere e destinato all'approvazione popolare costituisce attuazione di uno specifico punto del programma su cui l'attuale Governo ha ottenuto la fiducia del Parlamento, ponendosi peraltro in linea di stretta successione con il l'Esecutivo precedente che addirittura trovava nella revisione della seconda parte della Costituzione la sua stessa ragione costitutiva. Non solo, quel disegno di legge vanta una provenienza governativa di valore assoluto, recando la firma non solo del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento (che pure nella compagine governativa riveste un ruolo di primissimo piano), ma anche dello stesso Presidente del consiglio. Sembra ormai decisamente accantonata l'idea, a lungo coltivata, delle riforme costituzionali come terreno di elezione del libero confronto fra le forze politico-parlamentari, svincolato in quanto tale dalle dinamiche del rapporto fiduciario e della contrapposizione maggioranza-opposizione. Questo, tanto più laddove si tratti di riforme ambiziose e a largo spettro. Mi viene in proposito di ricordare il ruolo assai defilato tenuto da Alcide de Gasperi e dal suo Governo durante il dibattito in Assemblea costituente, tanto che nell'assise di Montecitorio i banchi dell'Esecutivo vennero per lo più occupati dai membri del Comitato di coordinamento. La qual cosa, fra l'altro, ebbe il benefico effetto di evitare che la crisi di quel Gabinetto, apertasi nel maggio del 1947 in seguito alla rottura della c.d. esarchia con la fuoriuscita dalla compagine governativa dei due partiti di ispirazione marxista, producesse significati contraccolpi negativi sui lavori (e sul clima) della Costituente... (segue)



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