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FOCUS - La nascita dei governi N. 0 - 22/01/2014

 Il governo Scelba. L'ultimo quadripartito del Presidente Einaudi

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Nell’ambito della dialettica partitica caratterizzante la II Legislatura, la genesi del Governo Scelba ben può politicamente collocarsi nel discorso pronunciato a Novara, il 12 dicembre 1953, dallo stesso Mario Scelba. L’allora Ministro degli Interni, criticando duramente l’incapacità dell’Esecutivo in carica, guidato da Giuseppe Pella, di risolvere opportunamente la questione triestina, colse l’occasione per auspicare una nuova soluzione governativa con struttura quadripartitica. Come lo stesso Scelba confida nella sua biografia politica, il testo del discorso venne redatto «sotto l’impressione provocata dalle dichiarazioni di Pella» in merito al disegno di legge sull’amnistia, la cui approvazione anche per i reati gravi avrebbe verosimilmente comportato la scarcerazione di numerosi “partigiani rossi”, vera e propria minaccia agli occhi del Ministro degli Interni, costantemente preoccupato dalla possibile avanzata politico-sociale dei comunisti. Sebbene intento nel difficile e delicato lavoro di aggregazione delle correnti interne al partito democristiano, anche il segretario democristiano De Gasperi approfittò delle dichiarazioni di Scelba per poter esprimere le sue perplessità in merito al mandato di Pella, contribuendo, seppur indirettamente, ad accelerarne la caduta. Ufficialmente però, la direzione DC si apprestò a minimizzare l’episodio, declassando il discorso di Scelba ad un «onesto monito alla coscienza democratica del Paese sulla necessità di anteporre il bene della Nazione agli interessi particolaristici, alla demagogia e alla faziosità».  Un comunicato emesso a conclusione di un colloquio avutosi proprio tra De Gasperi e Pella a Castel Gandolfo il 20 dicembre chiarì lo status quo dei rapporti Governo-DC: chiuso «l’increscioso incidente», si ribadì l’impegno per assicurare mutua fiducia e collaborazione per l’avvenire. Nonostante ciò, la scelta del rimpasto ministeriale voluta dallo stesso Pella decretò la fine del suo mandato: paradossalmente, fu una decisione di minore entità, come la sostituzione del Ministro Salomone al Dicastero dell’Agricoltura con l’On. Aldisio, contrario alla riforma agraria portata avanti dalla DC degasperiana, a provocare una spaccatura insanabile in seno al partito di maggioranza e a spingere Pella a rassegnare le dimissioni (5 gennaio 1954). In questo caso, si parlò di crisi extra-parlamentare “nuova” rispetto a quelle avvenute dal dopoguerra, poiché il dissenso non proveniva dai partiti minori di appoggio al Governo, ma dalla stessa Democrazia Cristiana. Infatti, come sottolineato dalle parole di Luigi Sturzo - «ciascuno di noi desidera conoscere il motivo per cui  […] la DC non sia arrivata a ricomporsi in unità di intenti» - le correnti interne al partito stavano assumendo, sempre più, un proprio peso specifico, prive ormai del freno degasperiano. Proprio nel tentativo di rallentare la defezione centrifuga, fu la stessa direzione centrale del partito ad indicare la strada da prendere quando il 7 gennaio propose una linea programmatica di quattro punti che, vicina alle idee della corrente fanfaniana di Iniziativa democratica, sembrava non lasciare spazio all’immaginazione sulla scelta del nuovo Presidente del Consiglio: Amintore Fanfani. Di fatto, però, la qualificazione programmatica dell’Esecutivo fanfaniano non riuscì a riscuotere i consensi necessari alla fiducia (messa al voto il 30 gennaio) e le parole di De Gasperi, venute in soccorso del Presidente incaricato, non ottennero l’effetto sperato, profilandosi piuttosto quale incipit, pur se cauto e velato, di quel processo di  apertura a sinistra che avrebbe preso sempre più corpo sotto la presidenza Gronchi. Il fallimento fanfaniano servì comunque a scuotere le forze politiche, sebbene la rosa dei nomi candidati alla Presidenza governativa non presentasse personalità “inaspettate”: vi erano di nuovo De Gasperi, Scelba, Pella, Gronchi e Piccioni, nonché alcuni “tecnici” come Campilli e Merzagora. Ciascuno di loro aveva il proprio specifico appoggio politico, ma sin da subito si precisò che le prime due personalità rappresentavano “candidature di maggioranza”, impegnando l’intero partito; mentre le altre si presentavano più che altro come un gesto di correttezza interna al partito stesso: Pella suscitava il consenso delle destre, Gronchi era designato dai socialdemocratici... (segue) 



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