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FOCUS - Numero speciale 26/2016 N. 0 - 30/12/2016

 L'introduzione del 'pareggio' di bilancio nella Costituzione: nuove prospettive per la governance della finanza pubblica

La revisione subita dalla disciplina posta dalla nostra Carta costituzionale in materia di finanza pubblica rappresenta uno degli esiti più tangibili di quell’ampio processo di riforma che, nel pieno della crisi economico-finanziaria dei primi anni duemila, ha indotto le istituzioni sovranazionali (internazionali ed europee) e, di riflesso, le autorità nazionali ad introdurre discipline più stringenti in ordine alla tenuta delle finanze pubbliche, attraverso meccanismi di contenimento della spesa e di sua più trasparente gestione. Benché siano trascorsi già alcuni anni dalla sua adozione, la novella costituzionale richiede comunque una costante e complessiva analisi dei numerosi profili critici e, come poi cercheremo di dire, delle nuove prospettive ed opportunità per la governance della finanza pubblica che ne derivano. Tuttavia, leggere gli esiti della riforma, frutto della l. cost. 20 aprile 2012, n. 1, senza un preciso inquadramento nel contesto storico, politico-economico e giuridico in cui questa ha trovato la propria ragion d’essere, significa guardare con occhi miopi alle sue ripercussioni sugli assetti istituzionali e costituzionali interni (ed internazionali), ed ai risvolti economici e finanziari che questa è in grado di produrre. Senza esaminare in dettaglio la nuova disciplina sovranazionale, pare qui sufficiente ricordare come questa abbia trovato una prima affermazione nella riforma del Patto di stabilità e crescita (con il c.d. Six pack) e sia stata definitivamente promossa con la stipula, in sede eurounitaria, del patto Europlus e, in sede “internazionale”, del c.d. Fiscal compact. Come è stato da più parti argomentato, la crisi che, dalla seconda metà del 2008, ha colpito i bilanci pubblici di molti Stati nazionali –, specie di quelli già sottoposti al pesante fardello di un debito pubblico molto elevato, frutto di precedenti (e talvolta ancora in corso) gestioni economico-finanziarie particolarmente sbilanciate sul crinale della spesa pubblica, spesso incontrollata, e bisognosi di avviare un difficile percorso di riallineamento dei parameri macroeconomici interni –, ha avuto certamente una matrice privata. Sull’origine della crisi varie sono le posizioni assunte dalla dottrina giuridico-economica, ma non possono essere sottaciute anche le pesanti responsabilità delle istituzioni pubbliche chiamate, rispetto al mercato finanziario, ad esercitare imprescindibili – e pur tuttavia tardive e mal attuate – funzioni di controllo e, prima ancora, a garantire una – fin troppo spesso tradita – “ragionevole astensione” dalle dinamiche private in esso emergenti. Ma il dato che qui interessa rilevare è come la necessità di predisporre ingenti misure di sostegno all’economia reale, colpita dalla crisi dei mercati mobiliari, abbia ingenerato il rischio di una pesante esposizione dei bilanci pubblici degli Stati nazionali. L’eventualità poi che, a livello eurounitario, questo si traducesse in un gravissimo elemento di instabilità per la tenuta dell’Eurozona (e, più in generale, dell’Unione) ha spinto le Istituzioni europee e gli Stati membri ad intervenire sulle discipline comunitarie e nazionali in direzione di un maggior irrigidimento delle procedure di bilancio e di un più stringente controllo sulla gestione delle finanze pubbliche. E questo, non solo in un’ottica di stretta emergenzialità ma anche, e soprattutto, con finalità di stabilizzazione permanente... (segue)



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