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FOCUS - Democrazia diretta vs democrazia rappresentativa N. 1 - 02/10/2017

 La democrazia rappresentativa e le sfide della società multiculturale

L’analisi della cosiddetta “crisi” della democrazia rappresentativa non sembra poter prescindere, nel mondo globalizzato contemporaneo, dall’interrogarsi sui temi connessi all’immigrazione ed al multiculturalismo. Se da un lato infatti la democrazia rappresentativa sembra non essere più in grado di coinvolgere efficacemente il cittadino, provocando quello che è stato definito come uno scollamento tra Paese e politica, dall’altro vi sono parti consistenti della popolazione che sono escluse a monte dal circuito della rappresentanza, in virtù dello stretto legame che intercorre tra quest’ultima ed il conseguimento della cittadinanza, prerequisito necessario, tra le altre cose, per l’esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo. Con detta parte della popolazione lo scollamento potrebbe essere definito quasi strutturale, atteso che esse semplicemente non possono prendere parte agli snodi fondamentali della vita politica del Paese. Ad entrare in crisi è quindi l’impianto teorico comunemente noto come status activae civitatis, che ha storicamente limitato la partecipazione al circuito della rappresentanza ai soli cittadini. È stato evidenziato come si possa ormai ritenere conclusa l’era delle grandi migrazioni verso spazi ampi e tendenzialmente aperti, che davano vita a nuove nazioni e forgiavano nuove cittadinanze: l’era attuale è invece un’era di migrazioni verso spazi densamente occupati e a volte chiusi, abitati da nazioni e cittadinanze già esistenti e solidamente radicate. Dette migrazioni, cresciute sempre più in intensità negli anni recenti, hanno portato alla nascita di uno Stato multiculturale, caratterizzato da un intrinseco ed ineludibile pluralismo etnico, religioso, linguistico e, appunto, culturale in genere. La società multiculturale è attraversata da tensioni anche profonde, che si manifestano allorquando le istanze delle “nuove minoranze” si scontrano con i principi e le norme che regolano l’ordinamento ospitante, espressione della cultura maggioritaria, e come tali ancorate ad una scala di valori e di principi che può risultare confliggente con quella adottata dalle minoranze stesse. Le problematiche appena accennate, note agli ordinamenti con una risalente tradizione coloniale, hanno investito nelle ultime tre decadi anche l’Italia. Gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono infatti oltre 5 milioni, e rappresentano quindi l’8,3% della popolazione residente (di cui oltre il 70% proveniente da Paesi non appartenenti all’Unione europea), a cui andrebbero peraltro aggiunti oltre 400 mila stranieri in possesso di permesso di soggiorno ma non formalmente residenti (in quanto non iscritti ad alcuna anagrafe comunale). Trattasi, solo per fornire qualche dato a titolo strettamente esemplificativo, di oltre 3,5 milioni di contribuenti, oltre 600 mila imprenditori, per un PIL di circa 124,9 miliardi di euro, e 10,3 miliardi di euro in contributi versati. Questi numeri non considerano, ovviamente, la componente “irregolare” dell’immigrazione, (stimata in oltre 400 mila individui), oltre ai richiedenti asilo (stimati in oltre 170 mila individui). Proprio il fatto che percentuali sempre più rilevanti della popolazione residente nell’ordinamento, composte da individui nati in altri Paesi, siano sprovviste dei diritti politici e di cittadinanza, venendo escluse dal circuito della rappresentanza, e pertanto si trovino in sostanza a subire passivamente gli effetti delle decisioni prese dalla comunità in cui vivono, senza poter in alcun modo concorrere alla formazione delle stesse, è stato ritenuto uno dei limiti principali della democrazia rappresentativa nel suo stato attuale. La situazione degli stranieri regolarmente residenti è stata in questo senso paragonata addirittura a quella delle donne nell’Italia precedente al secondo dopoguerra, ovvero a quella degli schiavi negli Stati Uniti d’America fino alla metà del XIX secolo: in questo senso, la democrazia come “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, spesso dipinta come sistema in cui le decisioni che coinvolgono tutti devono essere approvate da tutti, appare poco più che un’illusione sul piano sostanziale, se si considera che il popolo non è certamente più una comunità omogenea (se mai lo è stato), e che anzi gran parte di esso è di fatto esclusa dal circuito della rappresentanza “secondo criteri ben poco democratici”... (segue)



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