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NUMERO 21 - 08/11/2017

 Il travagliato iter della proposta di riforma della legge sulla cittadinanza

Dopo quasi due anni di trattazione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica, il Disegno di legge n. 2092, già approvato dalla Camera dei Deputati alla fine del 2015, e recante “modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” è stato dapprima inserito nel calendario dei lavori d’Aula del Senato, salvo poi essere, più di recente, rinviato a nuova calendarizzazione. Come noto, già l'avvio dell'esame del predetto Disegno di legge, accompagnato da livori politici invero mai sopiti, è stato teatro di metodi di confronto in stile non sempre appropriato per un Aula parlamentare.  In effetti, sul piano del “metodo” non sembra, invero, che il dibattito istituzionale abbia sinora offerto il migliore esempio di dialogo democratico tra gruppi parlamentari. A tacere degli incresciosi episodi di intemperanza registrati nell'Aula del Senato in occasione delle ultime discussioni in materia, il dibattito sul Disegno di legge sembra essersi appesantito dalla presenza di fattori che rischiano di compromettere un confronto che, specie nella materia de qua, richiederebbe di essere esposto il meno possibile agli altalenanti umori legati alla ordinaria agenda istituzionale. La scelta di inaugurare la discussione in Aula nelle more dei ballottaggi per le elezioni amministrative e, ormai, a poca distanza dal voto politico, non sembra di certo aver rappresentato il migliore viatico per un sereno confronto parlamentare. Il punto di caduta del calendario prescelto si mostra difatti, per molti aspetti, sconsolante: oltre settemila emendamenti presentati dalle forze di opposizione e, dall'altro lato, l'annunciato voto di fiducia da parte della maggioranza governativa (ipotesi, quest’ultima, che sembra tuttavia, più di recente, essere stata accantonata). Insomma, se da un lato l'opposizione parlamentare si è mostrata contraria alla prospettiva di una discussione su eventuali modifiche alla legislazione vigente, la reazione della maggioranza di governo è stata quella di minacciare il “soffocamento” del dibattito parlamentare mediante il ricorso alla questione di fiducia. L’ultima notizia registrata in argomento è quella secondo cui, visti anche i rischi percepiti dai gruppi parlamentari di maggioranza in relazione ad un voto di fiducia su un tema così delicato, la discussione è stata rinviata a data da definire. In altre parole, allo stato, l’esame del Ddl sarebbe “scomparso” dal calendario dei lavori del Senato. Invero, e rimanendo sulle considerazioni di metodo, sembra che gli attori istituzionali coinvolti nel dibattito in oggetto - la maggioranza parlamentare da un lato e l’opposizione dall’altro – abbiano, per così dire, “approcciato” in modo assai distorto il confronto su una materia di così particolare e delicata rilevanza. Come già in passato si è osservato, le norme sulla cittadinanza rappresentano il “chi siamo” di una comunità politica: rispondono, cioè, ad un interrogativo di natura preliminare rispetto ad ogni ulteriore esercizio democratico. Ancora, esse identificano - in senso reale - quella nozione di 'popolo' al quale il primo articolo della nostra Costituzione riconosce la titolarità delle prerogative sovrane. Per molti aspetti, la definizione dei perimetri dello status civitatis rappresenta, dunque, il presupposto degli stessi sistemi politici ed istituzionali. Trascinare dunque il dibattito sulla cittadinanza nel quadro dei più collaudati strumenti di conflittualità istituzionale (ostruzionismo parlamentare e voto di fiducia, accelerazioni e rinvii improvvisi, ecc.) pare invero tradire il senso stesso di una scelta, quella appunto sul “chi siamo”, che richiederebbe ben altro afflato da parte degli attori istituzionali. Tuttavia, nell’attesa (e nella speranza) che metodi ed abitudini più vicine a quelle proprie di un sistema maturo ed evoluto possano essere rapidamente ripristinate, non rimane che soffermarsi sul merito delle scelte prospettate nel Ddl, con l’auspicio che esse possano, comunque, ricevere il vaglio attento che esse meritano... (segue)



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