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 Libertà di mandato dei parlamentari e rimedi contro il transfughismo

I regolamenti dei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle prevedono che il membro della Camera o del Senato che abbandona il gruppo “a causa di espulsione, ovvero abbandono volontario, ovvero dimissioni determinate da dissenso politico sarà obbligato a pagare, a titolo di penale, al MoVimento 5 Stelle entro dieci giorni dalla data di accadimento di uno dei fatti sopra indicati, la somma di euro 100.000,00”.  E’ evidente il contrasto con l’art. 67 della nostra Costituzione, secondo il quale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Da oltre due secoli il libero mandato parlamentare è l’espressione per eccellenza della  rappresentanza politica, proprio perché consente in principio al parlamentare di non dover sottostare a istruzioni, ordini o sanzioni nell’esercizio delle sue funzioni. Quando, circa un secolo fa, si formarono partiti politici di massa e si affermò il suffragio universale maschile, il divieto di mandato imperativo apparve un relitto del passato a grandi giuristi quali Hans Kelsen e Gerhard Leibholz. Eppure, dopo i totalitarismi, l’istituto venne nuovamente riconosciuto in tutte le Costituzioni democratiche, mentre lo Stato dei partiti era al suo apice, e ha continuato ad esserlo fino ad oggi in tutto il mondo. Come si spiega la sua vitalità? Il fatto è che la democrazia deve poter funzionare anzitutto in parlamento. Se gli elettori potessero  revocare i parlamentari in corso di mandato, la composizione politica dell’assemblea parlamentare sarebbe costantemente soggetta a variazioni durante la legislatura, col risultato che i parlamentari subentranti potrebbero sempre ridiscutere le decisioni adottate dai  predecenti titolari del medesimo seggio in ordine alla programmazione dell’attività parlamentare, e quindi mettere a repentaglio lo svolgimento delle funzioni costituzionalmente riservate all’assemblea. Lo stesso concetto di legislatura perderebbe allora significato. Se invece fossero i partiti a poter revocare i parlamentari, a perdere di significato sarebbe il concetto di elezione. Infatti Kelsen si chiedeva: “perché costringere i partiti politici a mandare in Parlamento un certo numero permanente di deputati – singolarmente determinati – in rapporto alla consistenza del relativo partito, i quali – sempre i medesimi – si trovano a dover cooperare in merito alle questioni anche più diverse? Non sarebbe meglio permettere ai partiti di delegarvi, secondo la natura delle leggi da discutere e da votare, gli esperti di cui dispongono, avendo questi una parte nella decisione finale corrispondente alla consistenza del partito rappresentato? Una riforma di tal genere risponderebbe all’accusa che assai di frequente, oggigiorno, si sente fare al Parlamento di essere estraneo al popolo”. Ma il mantenimento del divieto di mandato imperativo nelle democrazie costituzionali ha svolto un’altra funzione. Quella di lasciare una certa autonomia ai parlamentari nei confronti dei partiti nelle cui liste sono stati eletti. E’ vero che in qualsiasi democrazia i partiti controllano la conformità  degli eletti alla linea del partito attraverso i corrispondenti gruppi parlamentari, costituiti dagli eletti all’inizio di ciascuna legislatura dei parlamentari eletti in tali liste  (c.d. disciplina di partito). Tuttavia si tratta di un controllo di fatto, che non obbliga  giuridicamente il parlamentare a uniformarvisi, assistita da una sanzione anch’essa di fatto come la molto probabile mancata presentazione del parlamentare dissenziente nella lista dello stesso partito nella successiva tornata elettorale. Ancora, le dimissioni presentate da un parlamentare, che soggiacciono alla regola dell’accettazione dell’assemblea di appartenenza, vengono respinte nella prassi ove siano motivate da dissensi col partito nelle cui liste sia stato eletto. Così come si ritengono nulle eventuali lettere di dimissioni con data lasciata in bianco, che i  parlamentari abbiano firmato a garanzia della disciplina di partito... (segue)



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