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NUMERO 11 - 23/05/2018

Settant'anni. Storia e sorte della Costituzione

Ogni tempo ha le sue retoriche. Nel nostro tempo – che, troppo diffusamente, per gli attori politici è un kairós puntuale, immemore del passato e disinteressato al futuro – i richiami alla Costituzione, per esaltarne la «bellezza», per denunciarne il «tradimento», per chiamare alla sua «difesa», per invocarne la «riforma globale modernizzatrice», appartengono alla corrente narrazione priva di contenuto specifico. E queste parole – «tradimento», «difesa», «riforma» – che in altre stagioni della Repubblica, anche non troppo lontane, hanno avuto senso e spessore, hanno designato la lotta per i diritti e per l’attuazione della Costituzione, per la messa in opera dei princìpi da essa affermati, nella tensione, non di rado aspra, tra progetti di società e ideologie, e tra concezioni del costituzionalismo, ora si riducono a vuote risonanze. Alla scadenza di un altro decennio – il settimo – dalla nascita della Costituzione, il rischio della celebrazione encomiastica è perciò elevatissimo. E verrebbe fatto di mettere la ricorrenza tra parentesi, di consegnarla al novero delle ritualità inevitabili, delle quali si tratta di attendere il trascorrere mantenendosi in disparte. E invece, se si adopera il discernimento indotto dalla sufficiente consapevolezza del processo storico, proprio una certa estraneità culturale degli attori politici dominanti (dominanti, non solo in quanto esponenti di una maggioranza o di un blocco sociale, ma in quanto, più in generale, assurti a vario titolo e con ruoli variabili – maggioranza, opposizione, condivisione eguale o asimmetrica del governo, nelle istituzioni politiche o nei corpi intermedi – all’esercizio del potere) mette in luce la vitalità della Costituzione, e la sua perdurante forza conformativa: benché la «mentalità del secolo», tra quegli attori politici, mediamente non ne sia ispirata, si ha l’esatta percezione che la Costituzione rimanga un presidio saldo, in questi tempi difficili, non valendo a incrinarlo la mancanza di virtù delle classi dirigenti, la crisi delle forme organizzative da esse costituite, la caduta di efficienza del sistema ordinamentale. Dunque «celebrazione» sia, ma secondo l’etimo: «frequentazione». La Costituzione va «frequentata», e collettivamente. Cioè può – e deve – essere postulata come un fattore conformativo permanente per tutti; e come il riferimento maggiore nelle scelte di investitura nel potere.  Se poi ci si chiede da quali risorse la Costituzione tragga la capacità di mantenere intatta la sua forza – come norma – e di essere fattore di mutamento – come processo – una prima risposta è nelle condizioni della sua genesi, e nella conseguente struttura e conformazione. Una volta che di ciò si abbia nozione, è possibile apprezzare quali trasformazioni si sono svolte o si stanno svolgendo nella permanenza dell’assetto costituzionale e quali eventi sarebbero invece in grado di disarticolarlo, e dunque debbano essere fronteggiati nella «lotta permanente per la Costituzione». Che non è una retorica, ma una necessità in tutti i sistemi democratici, sempre esposti alla regressione, per la loro «artificialità» rispetto ai rapporti primordiali di dominio, e per i «paradossi» in cui incorrono, come avvertiva Norberto Bobbio. Così, appunto, la Costituzione deve essere «frequentata»… (segue)




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