La definizione di obiettivi e strumenti operativi della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea rappresenta uno degli impulsi più rilevanti impressi dal Trattato di Lisbona al processo d’integrazione europea. In particolare, l’esplicito riconoscimento della personalità giuridica dell’Unione e il superamento formale della distinzione tra dimensione “comunitaria” e “intergovernativa” della sua “azione esterna” appaiono funzionali all’affermazione di un’unica identità europea in ambito internazionale. La creazione di un rinnovato quadro istituzionale relativo all’esercizio delle competenze esterne sembra, inoltre, fornire un’indicazione della volontà degli Stati membri di dotare l’Unione di una propria individualità politica sulla scena internazionale. Ciononostante, numerosi sono i contributi della dottrina che ancora pongono l’accento sui limiti dell’azione esterna dell’Unione sotto il profilo della sua effettività. D’altro canto, i recenti sviluppi della prassi degli Stati membri confermano un approccio particolaristico alle questioni di politica estera e di sicurezza comune che poco si conforma agli obiettivi contemplati dal Trattato di Lisbona. Lo stesso richiamo ai principi della “coesione” e della “solidarietà” a livello europeo sembra costituire l’occasione per un ritorno a una dimensione bilaterale delle relazioni tra Stati membri, piuttosto che un riconoscimento della dimensione sovranazionale dell’impegno richiesto. La dicotomia esistente tra “unità ideale” e “frammentazione sostanziale” nella definizione degli orientamenti degli Stati membri in materia di politica estera e di sicurezza comune non può non avere riflessi sulla proiezione dell’identità europea in ambito internazionale e conferma quelle stesse criticità che negli anni novanta del secolo scorso alimentavano il dibattito accademico sulla soggettività internazionale dell’allora istituenda Unione europea.... (segue)
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