L’aumento dei flussi migratori impone da tempo una approfondita riflessione sulla doverosa attuazione delle garanzie essenziali alla tutela della libertà e della dignità umana degli stranieri, regolari e non, e dunque sulla concreta attuazione dei diritti sostanziali e processuali, che ad essi sono riconosciuti dall’ordinamento interno, e dalle convenzioni internazionali. Accade, infatti, ormai di frequente che i procedimenti relativi ai permessi di soggiorno, si svolgono secondo prassi e procedure illegittime consolidate nell’ambito degli uffici competenti, volte a rigettare l’istanza degli immigrati. Ebbene, proprio su tali aspetti è intervenuto il giudice amministrativo con due importanti sentenze, con cui la pubblica amministrazione è stata condannata ad adottare provvedimenti idonei a rimediare al suo illecito comportamento, relativo all’ingiusto ritardo nella conclusione dei suddetti procedimenti. La rilevanza di tali pronunce risiede, invero, nell’accertamento da parte del giudice della esistenza di “prassi” illegittime, che si concretizzano in atteggiamenti dilatori, come, ad esempio, quello di rilasciare un ulteriore titolo di soggiorno a tempo determinato, o di sospendere ingiustificatamente la pratica, oppure di convocare lo straniero, invitandolo a sottoscrivere un atto di rinuncia predisposto dalla questura, fino a giungere al punto di ritirargli la ricevuta di presentazione della domanda. Dunque, il giudice amministrativo, in entrambi i casi esaminati, afferma in modo chiaro ed inequivocabile che l’ingiustificata dilazione dei termini di conclusione dei procedimenti concernenti il rilascio del permesso di soggiorno è frutto di un «metodo costante e sistematico illegittimo che ha consolidato prassi distorsive poste ingiustificatamente in atto da alcune unità territoriali». Le sentenze poc’anzi richiamate, inoltre, evidenziano che il consolidamento di detti comportamenti è favorito proprio da quella diversità etnica, linguistica e culturale, che allontana dai centri decisionali le istanze dei più deboli, dei più vulnerabili, dei più indifesi tecnicamente e giuridicamente, e che inevitabilmente collocano gli immigrati ai margini del diritto. Il problema è che queste prassi non solo ledono l’interesse al conseguimento del bene della vita oggetto dell’istanza, ma incidono negativamente ed irrimediabilmente su quei diritti e quelle libertà il cui riconoscimento postula il regolare soggiorno nel nostro paese... (segue)
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