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FOCUS - Osservatorio Brexit N. 1 - 21/06/2017

 Osservatorio sulla Brexit - 5 ottobre 2017 - 10 gennaio 2018

Nel corso degli ultimi mesi sono stati tre gli eventi che hanno avuto un impatto significativo sul percorso che porterà il Regno Unito fuori dall’Europa.

I round negoziali tenutisi fino a novembre non hanno fatto registrare passi avanti significativi, seguendo quanto era avvenuto per i primi incontri, si è assistito ad una sfilata di dichiarazioni ufficiali di “moderati progressi” e conferenze stampa più o meno critiche nei confronti della controparte.

 

A fine novembre si è celebrata l’assegnazione della sede dell’Agenzia del farmaco, non senza polemiche. Brexit infatti ha comportato la necessità di trasferire dal Regno Unito l’agenzia, e si è scatenata una gara tra diverse città candidate: in “finale” sono arrivate Milano e Amsterdam. I punteggi raggiunti dalla città italiana facevano ben sperare, ma alla fine la decisione è arrivata per sorteggio, e la fortuna ha assistito la città olandese. Le polemiche ovviamente non sono state destate dalla scelta di Amsterdam – senz’altro pronta ad accogliere e far funzionare la sede EMA – ma dal metodo di decisione scelto, quello del sorteggio tra le due città in lizza.

 

Gli inizi di dicembre hanno rappresentato quella che al momento è senz’altro la svolta più importante: le parti hanno raggiunto un accordo – l’accordo dell’Immacolata – sui temi caratterizzanti la prima fase dei negoziati: diritti dei cittadini, pendenze finanziarie, questione irlandese. Il raggiungimento di tale accordo ha determinato il conseguimento dei “sufficienti progressi” necessari per il passaggio alla seconda fase di Brexit, quella che avrà al centro le future relazioni tra Regno Unito e Unione europea.

La convergenza ha riguardato i tre grandi temi all’ordine del giorno delle sedute negoziali: nel campo dei diritti, il principio cardine è quello della reciprocità in ognuno dei punti concordati. Chi vive nel Regno Unito (e i britannici che vivono in Europa) vedrà preservate le condizioni attuali per restare a lavorare, ottenere la cittadinanza, mantenere la vicinanza con i familiari; la Corte di giustizia continuerà ad essere interprete del diritto europeo e le corti britanniche – che continueranno a tenere “in debito conto” la giurisprudenza europea (anche post-brexit) – manterranno la possibilità di procedere a rinvii pregiudiziali per ben 8 anni.

Sul confine irlandese c’è maggiore confusione, anche in virtù del fatto che si trattava del punto più difficile da trattare, per la sua delicatezza e per il ruolo che il partito unionista di Belfast svolge a Westminster in supporto del governo May. Ci si è impegnati nel rispetto dell’Accordo del Venerdì Santo a non istituire nuovamente una frontiera ma a lasciare una Common Travel Area che consenta il transito di merci e individui tra le due irlande. In una prima ipotesi si pensava ad un assoggettamento parziale dell’Irlanda del Nord alle regole europee, ma sul tema c’è stata la dura opposizione del DUP, che vedeva pericoloso l’allontanamento dall’omogeneità normativa con il resto del Regno Unito.

Come potrà conciliarsi questa situazione all’eventualità di un Regno Unito fuori dal mercato comune è cosa abbastanza dura da ipotizzare. Certo, tutto dipenderà da quale tipo di nuove relazioni uscirà dalla seconda fase del negoziato, ma qualunque sia la soluzione, essa presenterà difficoltà nell’intrecciarsi con la vicenda irlandese.

Per quel che riguarda gli aspetti finanziari, il Regno Unito onorerà gli obblighi assunti in relazione al bilancio 2014-2020 e tutti gli obblighi collegati relativi a questo periodo (agenzie, fondi, ecc.). Dunque sotto questo aspetto il Regno Unito si comporterà come se dovesse rimanere membro fino al 2020. La sua partecipazione sarà comunque vincolata ai progetti di cui è parte fino alla loro conclusione e altre pendenze particolari andranno anche oltre il 2020.[1]

 

Il texto dell’accordo, prima di essere approvato dal Consiglio, è stato presentato dalla May alla Camera dei Comuni. I Commons hanno sì dato l’ok, ma hanno lanciato un pesante monito al governo in carica, approvando l’emendamento n. 7 (con 309 voti a favore e 305 contrari) che vincola l’eventuale accordo finale con Bruxelles ad un ulteriore passaggio parlamentare. In altre parole Westminster si è costruita un vero e proprio diritto di veto sul risultato dei negoziati. Negoziati che, a loro volta, oltre alle già numerose difficoltà che hanno incontrato e che incontreranno di qui al 2019, si troveranno a dover affrontare un ulteriore ostacolo, costituito dall’eventualità di essere vanificati da un voto parlamentare negativo ad accordo raggiunto.

Che un voto parlamentare fosse quantomeno opportuno alla fine dei negoziati è abbastanza condiviso anche in dottrina – si veda a tal proposito la Three Knights Opinion citata in questo osservatorio ­– ma che sia stato reso vincolante per di più per effetto di dissidi interni al partito conservatore è segno preoccupante.

 

Preoccupante soprattutto se lette in chiave della tenuta del governo di Theresa May. Quello dei conservatori dissidenti – guidati dal Remainer Dominic Grieve – è stato un messaggio chiaro che mette ora il governo sotto la minaccia del no-deal per via parlamentare.

 

A inizio del nuovo anno proprio le vicende interne del Regno Unito e del partito conservatore sono protagoniste della nuova fase: la May ha esordito nel 2018 annunciando un rimpasto di governo che ha portato alla rotazione e alla sostituzione di circa un quarto dei ministri.

Sotto il profilo Brexit però poco cambia, in quanto il Primo Ministro ha deciso di dare continuità ai gabinetti chiave nella gestione della transizione: Boris Johnson resta agli Esteri e David Davis rimane segretario per la fuoriuscita. La cronaca aveva paventato l’ipotesi di un ministro per il no deal (sarebbe stato Steve Baker) che avrebbe dovuto occuparsi in parallelo ai negoziati di preparare l’eventualità del fallimento delle trattative. Probabilmente Londra starà comunque preparando questo scenario, ma il ruolo ministeriale ah hoc per il “no deal” non è stato – per il momento – creato.

 

E’ evidente come il voto dei Comuni di novembre abbia determinato il crearsi di due strade parallele: da una parte quella “ufficiale” ottimistica sorta in virtù dell’accordo dell’Immacolata, dall’altra lo spettro del veto parlamentare che porterebbe ad una separazione senza accordo anche laddove un accordo fosse effettivamente raggiunto.

Tra questa ipotesi – silente – c’è sempre la terza via del ritiro della notifica di recesso e di un clamoroso passo indietro. Nel Regno Unito si torna infatti a parlare di un possibile nuovo referendum nel 2018, sebbene tale soluzione – da molti britannici forse auspicata e caldeggiata da molti intellettuali – sembra al momento politicamente poco percorribile e giuridicamente tutta da verificare.

 

federico savastano

 



[1] Analisi e commento approfonditi si trovano in C. CURTI GIALDINO, Verso la fase due della Brexit: promesse, insidie e risultati parziali del negoziato, in federalismi, n. 24, 2017.



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