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NUMERO 7 - 28/03/2018

 Il 'lavoro' gratuito sportivo

Un tema che ormai da vari anni è emerso sia in campo nazionale sia in campo internazionale, è quello della prestazione gratuita che, sul piano giuridico, ha posto il problema della definizione di quelle esperienze che si caratterizzano per la gratuità, vale a dire come definire l’atto di liberalità, sia esso configurabile come dono o come prestazione. Sul piano della normativa nazionale, che riguarda il volontarismo, bisogna seguire l’attività del legislatore, a partire dalla legge sul volontariato e via via fino agli ultimi provvedimenti relativi all’associazionismo e alle normative sul lavoro che si sono disordinatamente susseguite in “un vero e proprio groviglio di leggi speciali”, tali da incidere “in modo demolitorio su talune parti dello stesso tessuto normativo codicistico”. Allo stesso modo, bisogna seguire anche la giurisprudenza sia nazionale che comunitaria. Possiamo innanzitutto chiederci se la prestazione volontaria sia da considerare ‘lavoro’ e quindi se il ‘lavoro’ volontario realizzi un tertium genus tra la relazione sinallagmatica e l’atto di liberalità. La lettura delle disposizioni in materia e della giurisprudenza chiamata a risolvere i conflitti fanno emergere i rischi di una esasperazione dell’uso del non profit e la contraddizione insita in alcuni aspetti della prestazione gratuita. L’area del volontariato, nella quale si inserisce la prestazione gratuita, è molto varia e vasta per cui alla fine bisogna considerare le situazioni concrete in cui la prestazione si realizza in quanto nelle organizzazioni di volontariato c’è sempre un confine mobile tra lavoro gratuito e lavoro retribuito.Proviamo ad analizzare questo aspetto attraverso l’associazionismo sportivo. L’organizzazione dello sport è basata, da sempre, su associazionismo e volontarismo e queste due caratteristiche sopravvivono anche nella fase attuale nella quale una gran parte dello sport si è commercializzata ed è fortemente condizionata dalle esigenze del mercato. In Italia, la L. 91/81 ha regolamentato lo sport professionistico lasciando ampio spazio alle regolamentazioni federali in merito all’acquisizione dello status di professionista - e quindi di lavoratore –  non con riferimento alla concreta situazione, ma con riferimento ad un elemento formale etero imposto quale quello della qualificazione conseguita dalla Federazione. Si è creato così un sistema a carattere chiuso che rimette all’autodeterminazione di soggetti privati la scelta dei modelli di tutela e di quali tipologie di soggetti ne siano beneficiari. Ne è derivata una situazione anomala nella sua unicità, per la quale esistono sportivi che, in virtù della L.91/81, appartenendo a Federazioni sportive non professionistiche, non possono svolgere professionalmente attività sportiva, anche se offrono le loro prestazioni, in maniera continuativa ed assorbente - che si rende necessaria ai fini del raggiungimento di alti standards – e in maniera del tutto simile a quella svolta dai professionisti ex lege 91/81, percependo, a volte, anche remunerazioni sostanziose, se pur sotto forma di rimborsi spese. Non si può dire, quindi, che la loro prestazione nei confronti delle associazioni sportive non sia de facto attività lavorativa. Dal momento che, per statuto federale, non possono svolgere attività lavorativa, questi sportivi non godono dei diritti e delle previdenze riconosciute agli appartenenti alle federazioni professionistiche e, una volta conclusa la loro vita agonistica, si ritrovano a doversi ‘inventare’ una posizione lavorativa. Il legislatore italiano ha emanato una importante normativa relativa alle associazioni sportive con la L. 289/2002, che all’art. 90, comma 17, estende le disposizioni di cui alla L. 389/1991 anche alle società sportive dilettantistiche costituite in forma di società di capitali senza scopo di lucro. Ha così regolamentato l’attività sportiva delle associazioni dilettantistiche prevedendo varie forme giuridiche sempre caratterizzate, comunque, dall’assenza di lucro. In base a queste disposizioni, l’associazione sportiva dilettantistica acquista una sua specialità nel panorama delle associazioni. Sono considerate enti non profit con finalità prevalenti di natura ideale, culturale, ricreativa, rispetto alle quali il conseguimento di utili costituisce finalità secondaria e strumentale. Le società di capitali sportive dilettantistiche, ex art. 90, L. 289/2002, costituiscono una tipologia di società di capitali con finalità non lucrative peculiare e che porta verso un sistema speciale nel quale le società diventano schemi organizzativi funzionalmente neutri in grado di perseguire attività sia lucrative sia non lucrative. L’autonomia sportiva, riconosciuta alle Federazioni, crea alcuni problemi proprio perché lo sportivo offre una prestazione ‘lavorativa’ che tale non può essere considerata per precise disposizioni federali; offre una prestazione che è fittiziamente gratuita perché, a fronte di essa, l’accordo con le società sportive prevede anche un riconoscimento economico che viene classificato come rimborso spese. La prestazione gratuita incrocia quindi il tema dei diritti del lavoratore e può mascherare un uso improprio del ‘lavoro’ volontario... (segue)



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