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NUMERO 7 - 28/03/2018

 I 'due corpi del giudice', ovvero dell'impersonalità delle decisioni giudiziarie

L’impersonalità degli uffici pubblici è una delle grandi astrazioni simboliche che fondano lo Stato di diritto, con il principio di eguaglianza davanti alla legge e l’ideale della certezza giuridica: racchiude la continuità della funzione e ne veicola l’esercizio oggettivo, imparziale e prevedibile. Tra gli storici delle istituzioni se ne rintraccia un’origine nell’antico paradigma, di matrice teologica, dei “due corpi del Re”. Raffigurazione che progressivamente distaccò il potere dall’accezione patrimonialistica astraendo dal re, nel momento critico della sua successione, la continuità della corona. Il corpus mysticum del sovrano, la regalità, non muore mai e prosegue intatta nel successore, designato dalle leggi fondamentali o dagli usi, pur dopo la morte del corpus naturale del re: che della corona ha solo l’usufrutto e non la proprietà, perciò non può disporne. È questa base di oggettivizzazione che consente di rappresentare, con le repubbliche, il passaggio della sovranità in capo al popolo e la finzione dell’imputazione della maggioranza al tutto, raffigurazioni essenziali dell’investitura temporanea e responsabile dell’esercizio del potere pubblico: e base essenziale, per Max Weber, del principio di impersonalità degli apparati amministrativi che trasforma i sudditi in cittadini dal trattamento legale eguale, imparziale, prevedibile e rende possibile lo sviluppo. Il paradigma giuridico si radica, trascende la razionalizzazione del potere e si replica, oggi, fino alle immaterialità da assicurare distinte dalla proprietà individuale, come per il diritto d’autore o per i beni culturali. La metafora assegna il primato della funzione, oggettiva, rispetto alla persona, fungibile, che nel tempo ne è investita. Comporta, nell’apparato pubblico, la dominanza dell’ufficio (Amt) sull’ufficiale (Amtsträger) che lo ricopre. È un risultato che si consolida con lo Stato amministrativo e che spezza la matrice feudale e patrimoniale che identificava potere e persona, beneficio e ufficio; e che già era stata disconnessa dall’accentramento dei poteri dell’assolutismo con la conversione degli uffici in dignità con funzioni pubbliche delegate dal sovrano: ma dove la personalizzazione era presto riemersa con le attribuzioni tendenzialmente perpetue e venali. Si tratta tuttavia della riduzione a ragion giuridica di una propensione naturale opposta, quella alla personalizzazione del potere, che è propria del tempo storico dove il diritto pubblico non era distinto e che nel secolo scorso è venuta a riemergere in corrispondenza con la sospensione dello Stato di diritto. È una disposizione latente nella società, che spesso tende a ignorare, sottostimare o restare indifferente alle garanzie dell’impersonalità degli uffici, quasi si tratti di una sovrastruttura. Nel mondo globale e della comunicazione, della dispersione della sovranità, della deregolazione, del divario tra potere formale a investitura pubblica e potere privato non pubblicamente responsabile, l’idea diviene esposta a derive recessive: quand’anche inconsapevoli, non sono meno implicative. Tra i tanti, ne è un frammento secondario ma eloquente l’applicazione del c.d. linguaggio di genere, con l’attribuzione di un genere variabile all’ufficio pubblico -  di suo neutro e stabile - nominalmente flesso a piacimento di chi al momento lo ricopre, come se l’immedesimazione organica tra ufficio e suo titolare sia a parti invertite (l’ufficio nella persona, non la persona nell’ufficio). Quando è l'individuo che, ricoprendo l’ufficio, muta il proprio status, non l'opposto. Negli ordinamenti di diritto continentale europeo, lo schema giuridico della spersonalizzazione dell’ufficio è stato accentuato nell’organizzazione delle funzioni giudiziarie e nel reclutamento e nella progressione a carriera dei magistrati, ad accentuare il tecnicismo giuridico del giudizio, la prevalenza della legge e il principio di eguaglianza. Il diffuso suo modello, detto del ‘giudice-funzionario’, è immanente al Titolo IV, "La Magistratura", della parte seconda della Costituzione, e non è negato, ma anzi è presupposto dalle stesse accentuazioni di indipendenza e di autonomia che vi sono contenute: configurate a meglio orientare questo modello agli obiettivi generali e ultimi di oggettività, imparzialità e prevedibilità delle decisioni che debbono connotare la funzione giudiziaria. È un modello improntato a valorizzare l’impersonalità della funzione per assicurare terzietà e neutralità, nell’obiettivo di fondo di garantire la certezza del diritto insieme al primato della legge: dal reclutamento mediante concorso alla segretezza delle deliberazioni, alla preferenza ascendente per la collegialità e senza residui per l’opinione dissenziente. Lo circondano il rituale, l’abbigliamento, le iconografie, gli spazi e l’architettura giudiziaria. Così la sentenza è pronunciata in nome del sovrano e la sua imputazione è non alla persona del giudice che la rende, ma allo Stato che lo investe del compito. Vi sono sì oscillazioni ai margini del modello, dove la costruzione va a misurarsi con gli spazi interpretativi che pur residuano, specie in uno scenario di “crisi della legge”, qualitativa e quantitativa. Ma la configurazione essenziale resta quella, senza di che verrebbe meno, nel diritto continentale, la realtà stessa dello Stato di diritto... (segue)



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