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NUMERO 13 - 20/06/2018

 Libero mandato e rappresentanza nazionale come fondamenti della modernità costituzionale

Ringrazio gli organizzatori per l’invito a partecipare a questa preziosa occasione di confronto su un tema di particolare rilievo giuridico e interesse politico. Credo sia un compito specifico degli studiosi di materie costituzionalistiche riflettere sugli aspetti cruciali della vita istituzionale e contribuire a chiarirne gli eventuali nodi, soprattutto quelli più intricati e controversi che impattano sul mondo politico. E allora, mi permetto di invertire l’ordine di presentazione dei punti in questione impostato dall’On. Magi per iniziare le mie riflessioni dal tema fondamentale, e cioè dal valore giuridico dell’articolo 67 della Costituzione, dalla cui rilevanza farò discendere a cascata considerazioni più specifiche sui problemi di diritto parlamentare proposti. In quest’ottica, vorrei sottolineare subito e prima di qualunque altro concetto che il cuore delle questioni che stiamo affrontando si colloca nella centralità del rapporto tra libero mandato parlamentare e rappresentanza nazionale. Ovvero, credo importante ribadire con forza che i due istituti contemplati nella norma costituzionale debbono essere letti in modo coordinato perché è proprio dalla loro relazione biunivoca che si genera il carattere imprescindibile del principio costituzionale di cui stiamo trattando. Il libero mandato, cioè, non deve essere visto solo come un diritto individuale di chi occupa uno scranno parlamentare ma come la necessaria conseguenza di un cambio di paradigma: dalla rappresentanza cetuale alla rappresentanza nazionale. Il rapporto tra libero mandato e rappresentanza nazionale è un insostituibile spartiacque della modernità costituzionale e pertanto risulta evidente come l’eventuale introduzione di limiti costituzionali all’esercizio del libero mandato parlamentare metterebbe in discussione anche il principio della rappresentanza nazionale.  Siamo di fronte ad un principio cardine dell’ordinamento costituzionale, tale da collocarsi nel novero dei “principi supremi dell’ordinamento costituzionale” di cui parla la Corte costituzionale, per esempio nella celebre sentenza n. 1146 del 1988. Una centralità ordinamentale che porta a considerare come prive di fondamento giuridico le ventilate proposte di ritorno a forme di mandato imperativo, sia immaginando vincoli verso gli elettori, sia verso i partiti di appartenenza… (segue)



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