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FOCUS - Human Rights N. 3 - 26/12/2018

 L'evoluzione della giurisprudenza costituzionale in materia di efficacia della CEDU: verso un modello di rapporti tra Corti di tipo realmente dialogico?

Ad oltre dieci anni di distanza dall'emanazione delle c.d. sentenze “gemelle”, è possibile delineare lo stato dell'arte riguardo alla questione dell'efficacia delle disposizioni CEDU nel nostro ordinamento e a quella, ad essa strettamente connessa, del rispettivo ruolo rivestito dai giudici nazionali, dalla Corte costituzionale e dalla Corte EDU nell'interpretazione della Convenzione e delle conseguenze che ne discendono in ordine all'interpretazione ed applicazione del diritto interno. Il modello originariamente delineato dalle sentenze del 2007 aveva suscitato grandi aspettative e facili entusiasmi in coloro che vi scorgevano i prodromi di una penetrazione completa ed incondizionata del diritto convenzionale nel nostro ordinamento, in ossequio ad una visione di integrazione ordinamentale di stampo quasi monistico ispirata al principio della massima espansione delle tutele e delle garanzie multilivello poste a presidio dei diritti. Gli assestamenti operati dalla Corte costituzionale attraverso l'evoluzione giurisprudenziale successiva hanno però sopito o addirittura dissolto gli entusiasmi iniziali. Gli ultimi approdi cui è pervenuta la Corte lasciano infatti presagire il ritorno ad un modello improntato alla tradizionale visione dualistica, in ossequio alla quale la penetrazione del diritto convenzionale, tanto riguardo alla fase interpretativa quanto a quella applicativa, risulta assoggettata ad uno stretto controllo, quasi ad una sorta di test che si compone di diversi passaggi successivi, in prima battuta da parte dei giudici comuni ed eventualmente, in seconda battuta, da parte dello stesso giudice delle leggi, che rivendica comunque il diritto di pronunciare l'ultima parola al riguardo. Occorre comprendere se l'attuale assetto è il frutto di un brusco ed inaspettato mutamento di orientamento da parte della Corte, cui la stessa è scientemente pervenuta mossa da una sorta di rigurgito “sovranista” o, quantomeno, da un disperato tentativo di difesa del proprio ruolo e delle proprie prerogative di supremo giudice dei diritti. O se si tratta piuttosto di una naturale evoluzione del modello delineato dalle sentenze “gemelle”, sviluppatasi e compiutamente realizzatasi proprio a partire da una serie di elementi già riscontrabili in nuce nelle ridette pronunce, riletti e valorizzati alla luce del seguito delle stesse, e più precisamente delle conseguenze derivanti dalla concreta applicazione da parte dei giudici comuni del modello ivi delineato. Per fare ciò, sarà necessario anzitutto ripercorrere puntualmente, seppur in modo sintetico, l'iter logico-argomentativo seguito dalla Corte costituzionale nelle sentenze “capostipiti”, al fine di una migliore messa a fuoco del modello ivi delineato riguardo all'efficacia nel nostro ordinamento delle disposizioni convenzionali, del posto occupato dalle stesse nel sistema delle fonti e del conseguente assetto dei rapporti tra i diversi giudici chiamati a farne applicazione. In seguito sarà prestata attenzione agli sviluppi giurisprudenziali intervenuti successivamente, con il precipuo intento di individuare gli eventuali assestamenti o i veri e propri mutamenti apportati al modello originario. Da ultimo si cercherà di comprendere le possibili ricadute del modello cui sembra essere pervenuta la giurisprudenza costituzionale sul ruolo e sulle rispettive attribuzioni dei diversi soggetti chiamati ad interpretare ed applicare la Convenzione, con particolare riguardo ai rapporti tra Corte costituzionale e Corte di Strasburgo… (segue)



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