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NUMERO 14 - 17/07/2019

 Il trattamento fiscale delle erogazioni liberali in favore di enti non profit

Storicamente, con l’espressione “Terzo settore” si allude a un’area dell’ordinamento giuridico dai confini fumosi, labili, al punto da essere definita in negativo: il Terzo settore è “quell’insieme di attività produttive che non rientrano né nella sfera dell’impresa capitalistica tradizionale (poiché non ricercano un profitto), né in quella delle ordinarie amministrazioni pubbliche”, cui sono riconducibili enti della più varia natura, distinguibili sia da soggetti statali o sub-statali che da operatori economici attivi sul libero mercato. I soggetti maggiormente rappresentativi di questa “zona grigia” sono senz’altro gli enti non profit, associazioni, organizzazioni o enti comunque denominati che operano per scopi diversi dal conseguimento del lucro. L’assenza dello scopo di lucro, inteso come la differenza positiva tra costi e ricavi dell’attività, assume rilevanza determinante nella cornice normativa tratteggiata dal D. Lgs. del 3 luglio 2017, n. 117 (codice del Terzo settore, o “CTS”), al punto che, nell’ambito del nuovo assetto, il perseguimento del fine di lucro da parte dell’ente giunge a precludere l’accesso alle agevolazioni fiscali. Tuttavia, deve essere tenuta ben presente la vastità dell’universo denominato “Terzo settore”: lo stesso Codice, lungi dal formulare una definizione compiuta degli enti del Terzo settore (“ETS”), si limita ad elencare un catalogo di attività suscettibili di rappresentare l’oggetto sociale. In questo senso il non profit, generalmente inteso come la omessa previsione della distribuzione di utili o di altre forme di vantaggio tra i partecipanti alla associazione e che derivano dall’attività esercitata, ma i cui vantaggi sono diretti a finalità di natura ideale o solidaristica, è elemento necessario ma non sufficiente a definire uniformemente una simile congerie di soggetti di diritto. Occorre, dunque, individuare ulteriori elementi di affinità che ne giustifichino la riconduzione ad unicum e, conseguentemente, l’applicazione di una disciplina unitaria. In primo luogo, rileva l’oggetto delle attività svolte: si spazia dall’assistenza sanitaria e socio-sanitaria alla riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o confiscati alla criminalità organizzata, passando per la formazione scolastica ed extra-scolastica, la gestione di attività sportive dilettantistiche e molte altre. L’elenco offerto dall’art. 5 è lungo e articolato, ma è sufficiente una rapida lettura perché emerga il primo degli elementi che accomunano gli operatori del mondo non profit, ossia la vocazione alla erogazione di beni e servizi essenziali per lo sviluppo della personalità umana. Considerato che, come è stato autorevolmente rilevato, nell’ambito del tessuto associativo nazionale tali servizi sono prevalentemente erogati dagli enti non profit, si può affermare che la ragione dell’esistenza di siffatte istituzioni sia quella di attuare i doveri solidaristici contemplati dalla Costituzione, garantendo al contempo la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Appaiono chiari i motivi per cui lo Stato favorisce la diffusione di tali istituzioni: prestando la propria opera all’interno di settori sensibili, afferenti alla assistenza sociale nella sua più ampia accezione, gli enti non profit assicurano alla collettività la fruizione di servizi che l’apparato statale non è più in grado di garantire. Proseguendo nell’indagine finalizzata a individuare il fil rouge che lega l’uno all’altro gli enti operanti nel Terzo settore, si osserva che l’art. 5, CTS, contenente l’elenco di attività che gli enti non profit devono svolgere per poter acquisire lo status di “ETS”, le definisce “di interesse generale”. In mancanza di una compiuta definizione del concetto, appare opportuno un richiamo alla prescrizione di cui all’art. 2, CTS, ai sensi del quale è promosso lo sviluppo degli enti del Terzo settore “per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale”: è evidente come le attività funzionali alla realizzazione di simili scopi rispondano all’interesse “generale”, nella misura in cui si concretizzano in servizi di cui può utilmente fruire un’intera comunità. In questo senso, il collegamento tra l’art. 2, CTS - esplicito sin dal tenore letterale della norma - e i doveri di solidarietà politica, economica e sociale cui l’art. 2 della Carta costituzionale impone di adempiere non potrebbe essere più palese. In sostanza, gli enti appartenenti al Terzo settore sono contraddistinti – e accomunati - dalla compresenza di tre requisiti: a) lo svolgimento di attività a scopo solidaristico, b) il perseguimento dell’interesse generale, e c) la mancanza del fine di lucro. Si rivela così il fine ultimo di tali enti, ossia l’adempimento del dovere di solidarietà cristallizzato ex art. 2, Cost. La copertura costituzionale garantisce, di per sé, la meritevolezza degli operatori non profit, ma la prestazione dei servizi è compromessa dalla scarsità di risorse patrimoniali che di frequente affligge il Terzo settore; in quest’ottica, risulta giustificata l’applicazione di un regime fiscale di favore che contribuisca a mantenere giuridicamente in vita l’ente prestatore dei servizi solidaristici… (segue)



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