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NUMERO 13 - 27/06/2012

 Riforme costituzionali e crisi del sistema partitico. Brevi note critiche.

Prima di affrontare nel merito alcuni aspetti del progetto di revisione costituzionale, recentemente approvato in commissione affari costituzionali al Senato, è forse opportuno tentare di rispondere ad una domanda fondamentale, a mio avviso, al fine di un corretto approccio al tema delle riforme costituzionali. La domanda è: assistiamo oggi nel nostro Paese ad una crisi profonda del sistema partitico e dei meccanismi della selezione politica? Oppure la crisi riguarda la forma di governo così come prevista nel vigente testo costituzionale? Non si può negare infatti che individuare il tipo di “malattia” del quel soffre il nostro Paese risulti prioritario ai fini della somministrazione della “cura” più efficace. Se la crisi nasce infatti da un modello di forma di governo oggi inadeguato è evidente che la transizione politica che ha avuto inizio negli anni ’90 comporti inevitabilmente la necessità di metter mano alla Costituzione, portando eventualmente a compimento una trasformazione che ha avuto inizio allora per via elettorale e che dovrebbe ora essere conclusa attraverso una incisiva modifica al testo costituzionale. E’ noto infatti come agli inizi degli anni ’90 la crisi interna determinata dalla “grande slavina” di tangentopoli e la contestuale crisi internazionale, con la caduta del muro di Berlino, abbiano comportato la cancellazione del vecchio sistema dei partititi e la nascita di nuove formazioni non più ideologicamente caratterizzate, ma poco strutturate e contraddistinte dalla presenza di un leader all’interno di ciascuno schieramento attorno al quale si muovono scelte compiute in un’ottica di interventi sempre più particolaristici e settoriali. In questo contesto l’opzione in senso maggioritario, attraverso le modifiche al sistema elettorale, intervenute nello stesso periodo, hanno lo scopo di consentire il superamento di quello che ha da sempre rappresentato uno dei mali endemici del nostro Paese e cioè l’instabilità dei governi. A partire dagli anni ’90 la personalizzazione del potere si accompagna quindi ad untentativo di “artificiale” semplificazione del quadro politicoe alla volontà di arrivare ad una modifica della forma di governo, nel senso del rafforzamento dell’asse maggioranza parlamentare-Presidente del Consiglio e ad una valorizzazione della componente governativa con riferimento alla definizione dell’indirizzo politico. Si tratta però di tentativi che, a vent’anni dall’avvio di quella che potremmo definire come la nuova fase della vita politica italiana, non sembrano aver consentito di raccogliere i frutti sperati, sia sotto il profilo della stabilità sia, soprattutto, sotto il profilo dell’efficienza dei governi, come la storia più recente chiaramente dimostra... (segue)



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