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NUMERO 25 - 05/10/2022

 L'opzione per l'India, una necessità per l'Occidente

La progressiva sostituzione della realtà con la sua rappresentazione (con un suo surrogato), la quotidiana affermazione dell’agenda setting con cui i media ci impongono scelte o gusti e la mancanza di capacità critica e creativa nella maggior parte dei sistemi educativi rende le nostre riflessioni sempre più condizionate mostrando inevitabile ciò che non è. O quasi. Il noto filososo e saggista Julián Marías, al quale il suo paese natale, la Spagna, rende oggi un sentito tributo di riconoscenza, nel suo articolo Las lealtades de Madariaga pubblicato sul quotidiano El País il 15 dicembre 1978, nel contesto della Transizione spagnola, riassumeva: “Il liberalismo di Madariaga era l’atteggiamento del futuro. E lo dico in senso letterale, perché il liberalismo è la condizione che ci sia un futuro, negato da chi crede che di fatto non c’è storia e che tutto sia già determinato, e basta leggere un libro per sapere cosa accadrà (perché, in senso stretto, pensano che non accadrà nulla)”. Nelle sue memorie postume, precisa ancora di più: “L’uomo sceglie durante tutta la sua vita – il filosofo Ortega y Gasset non ha insegnato altro - ma bisogna chiedersi cosa sceglie” (J. MARÍAS, Una vida presente, vol. III, 1975-1989, Madrid 2008). Da qui il suo costante suggerimento, nelle sue lezioni, di sostituire “cosa succederà” con “cosa possiamo fare”. Non dimentichiamo che Ortega era amico di Croce. Solo così si può comprendere il conformismo, con l’opzione che l’asse geopolitico e geoeconomico sia passato dall’Europa all’America e ora dall’America all’Asia, mentre l’Occidente si limita a malapena a mantenere il dominio geoculturale. Certamente, con le sofferenze proprie di un parto, stiamo assistendo alla nascita di una nuova potenza mondiale, che ha pianificato con cura questo momento fin dal 1986 grazie alla capacità di lavorare a lungo termine che permette la stabilità negli incarichi della sua classe dirigente. Ancor di più, direi, dal 1839, quando la Cina si sentì umiliata perché la sua antica cultura era tecnologicamente superata da quella occidentale. Non è un caso che i conflitti tra Occidente e Cina fino al 1901 abbiano fatto crollare il regime imperiale nel 1911. Le trasformazioni culturali dal 1966 non furono altro che la base interna per una prima espansione internazionale. Fino al XIX secolo, la Cina era la più grande economia del mondo e intende tornare agli splendori di quell’epoca. Infatti, l’incorporazione progressiva nelle organizzazioni occidentali dal 1971, le riforme economiche progressiste dal 1978, le proteste di piazza Tienanmen nel 1989, la privatizzazione delle società statali nel 1997, la creazione dell’Istituto Confucio nel 2004 o la celebrazione dei Giochi Olimpici a Pechino (estivi, nel 2008; invernali, nel 2022) fanno parte di un processo favorito dalla stabilità dei governi e dalla sicurezza del consenso pubblico. Non dimentichiamo in tal senso delle parole attribuite a Napoleone Bonaparte: “La Cina è un gigante che dorme” (A. PEYREFITTE, Quand la Chine s’éveillera… le monde tremblera, Fayard 1973). Insomma, secondo i dati (2020) del Fondo Monetario Internazionale, l’Asia è già il continente più grande e importante al mondo per superficie (36,5%), popolazione (61,8%) e PIL (36,9%). Nonostante una comparazione tra Occidente e Oriente sia ancora a favore della leadership occidentale, poiché Europa, America e Oceania rappresentano il 60% e l’Asia il 36,9% se consideriamo la esponenziale crescita demografica e economica asiatica, non c’è dubbio del suo dinamismo… (segue)



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