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NUMERO 24 - 20/12/2017

Verso la fase due della Brexit: promesse, insidie e risultati parziali del negoziato

Il 15 dicembre scorso il Consiglio europeo, riunito a Bruxelles nella composizione “Articolo 50”, cioè senza la presenza del Regno Unito, ha approvato gli “orientamenti” relativi al negoziato sulla Brexit. Questo documento, che aveva già ricevuto l’avallo del Consiglio affari generali “Articolo 50” durante la sua 3589ma sessione del 12 dicembre 2017, era stato predisposto dal presidente del Consiglio Donald Tusk, tenuto conto del c.d. patto dell’Immacolata, suggellato dal premier Theresa May e dal presidente Jean-Claude Junker, dopo un defatigante negoziato svoltosi fino al mattino dell’8 dicembre stesso. Com’è a tutti noto, il Consiglio europeo ha considerato “sufficienti” i progressi compiuti durante la prima fase delle trattative e, di conseguenza, ha ritenuto che i tempi fossero maturi per il passaggio alla seconda fase, che comprenderà la definizione sia di un periodo transitorio successivo al recesso del Regno Unito sia del quadro delle future relazioni tra Londra e Bruxelles. Si tratta, sicuramente, di un concreto avanzamento rispetto alle ipotesi di un recesso senza accordo, prefigurate tanto all’inizio quanto nel corso dei momenti più drammatici dei round negoziali, anche se la strada da compiere è ancora molto impervia ed il tempo corre inesorabilmente verso il 29 marzo 2019, data che, allo stato, sarà quella in cui il Regno Unito formalmente muterà il proprio status soggettivo da membro dell’Unione europea a Stato terzo rispetto ad essa. Non a caso il presidente Tusk, l’8 dicembre 2017, pur elegantemente considerando la pre-intesa un “successo personale” del primo ministro May, ha ricordato che “la parte più difficile deve ancora venire” ed ha aggiunto che “separarsi è difficile” ma “costruire una relazione nuova è molto più difficile”, concludendo che “dal referendum sulla Brexit è trascorso un anno e mezzo”. E qualche ora prima di lui, il presidente Juncker, nel corso della conferenza stampa al fianco di una Theresa May visibilmente provata dalle lunghe ore di trattativa, aveva molto incisivamente ricordato che 534 giorni addietro il popolo britannico si era espresso in favore dell’uscita dall’Unione europea, che 249 giorni erano trascorsi dalla notifica dell’intenzione di recedere e che fra 477 giorni ciò si sarebbe di fatto verificato. Per fare il punto sullo stato delle trattative non è sufficiente soffermarsi sul contenuto dei detti “orientamenti”, che sviluppano solo 9 punti, racchiusi in appena due pagine e mezza e si concentrano, soprattutto, sull’eventualità, oramai più che concreta, di un periodo di transizione di circa due anni dopo il recesso fissato al 29 marzo 2019, durante il quale il Regno Unito continuerà a far parte del mercato interno e dell’unione doganale. Indispensabile è, invece, prestare la dovuta attenzione a due documenti, molto più corposi, significativamente richiamati al punto 1 degli orientamenti suddetti. Mi riferisco, per un verso, alla Comunicazione della Commissione al Consiglio europeo “Articolo 50” sullo stato di avanzamento dei negoziati e, per altro verso, alla Relazione congiunta dei negoziatori dell’Unione europea e del governo del Regno Unito in merito ai progressi compiuti nella prima fase dei negoziati sul recesso ordinato del Regno Unito dall’Unione europea. Sarà poi opportuno dar conto di alcune recenti vicende che hanno coinvolto il Regno Unito, a livello internazionale ed interno, utili ad illuminare il quadro complessivo delle trattative... (segue)



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