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NUMERO 12 - 19/06/2019

I MiniBOT, l'Unione economica e monetaria e la (sofferta) partecipazione dell’Italia all'Euro

Dalla fine di maggio scorso la discussione economico-politica in Italia si è incentrata, tra gli altri temi, su di un argomento singolare: i MiniBOT. Bisogna premettere che è difficile discutere in modo ponderato, in punto di diritto, su di uno strumento economico-finanziario che presenta una scarsa possibilità di “vedere la luce”. Questo per via della sua intrinseca irrazionalità e per gli effetti gravemente pregiudizievoli che un simile strumento produce (e sta producendo già ora come mera ipotesi) sulla stabilità del sistema economico-finanziario italiano. Ma iniziamo tentando di chiarire cosa siano i MiniBOT. In primo luogo, i MiniBOT non esistono in realtà. Essi non sono stati mai ancora emessi. A ben vedere nella storia “fumosa” che avvolge i MiniBOT, non è neanche chiaro quale sarebbero le caratteristiche tecniche di tale strumento. Tali caratteristiche, infatti, non sono mai state formalizzate in nessun documento. Da quello che è possibile comprendere dalle informazioni reperibili in “rete”, unica fonte d’indicazione in merito, i MiniBOT sarebbero costituiti da titoli di debito pubblico con le seguenti caratteristiche: titoli di piccolo taglio (dai 5 ai 100 euro), perpetui, al portatore e che non producono interessi. I MiniBOT non essendo moneta in senso stretto, e cioè non potendo essere forzosamente imposti quale mezzo di pagamento, potrebbero essere utilizzati solo su base volontaria o quali mezzi di pagamento nei confronti dello Stato italiano (pagamento delle tasse, etc.). Come tali essi avrebbero circolazione esclusivamente in Italia. Per lo studioso di diritto dell’Unione europea il tema dei MiniBOT è rilevante, in primo luogo, per la disciplina dell’Unione economica e monetaria, cioè per quello che riguarda il quadro giuridico dell’euro. Ed infatti se i MiniBOT fossero configurabili come moneta, essi dovrebbero conformarsi alla disciplina sull’Unione monetaria. Se essi si configurassero quali titoli di debito pubblico, ad essi sarebbe applicabile la disciplina sull’Unione economica ed, in particolare, i noti limiti deficit/PIL e debito/PIL individuati nel Trattato di Maastricht anche al fine del calcolo del pareggio del bilancio strutturale. L’idea dei MiniBOT sembra nasca intorno al 2012, nel periodo più virulento della crisi dell’eurozona, come necessità dei partiti di opposizione di definire programmi di governo alternativi. Tra le idee che allora iniziavano a circolare vi era anche quella dell’”uscita” dalla moneta unica (ipotesi, come si vedrà, irrealizzabile nei fatti, v. sotto para. 4). Come sostenne allora in un’intervista Claudio Borghi, attuale Deputato e Presidente della Commissione bilancio e –si dice- ideatore dei MiniBOT, tali strumenti costituivano un “espediente per uscire in modo ordinato e tutelato [dall’euro]. Una sorta di ruota di scorta”. Uscita dall’euro che, come si vedrà tra poco, costituisce ancora la ragion d’essere dei MiniBOT. Dei MiniBOT, o meglio di titoli di debito pubblico di piccolo taglio, si riinizia a parlare nel 2018 durante la formazione dell’attuale Governo e, in particolare, nel capitolo 11 del “Contratto di governo”, rubricato “Fisco: Flat tax e semplificazione” e, in modo più specifico, all’interno dell’ampio paragrafo riservato a “Detassazione e semplificazione per famiglie, imprese e partite IVA”. In tale paragrafo, nel contesto della necessità di “intervenire per risolvere la questione dei debiti insoluti della pubblica amministrazione nei confronti dei contribuenti”, si fa riferimento a “misure concretamente percorribili” per la soluzione di tale problema e, tra queste, “la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio”, cioè attraverso i MiniBOT… (segue)



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