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NUMERO 21 - 13/11/2019

Trent'anni dopo

Trent’anni dopo, dobbiamo rinnegare la grande esplosione di entusiasmo che accompagnò la caduta del Muro di Berlino? Poiché, per quel vale, quell’entusiasmo fu pure il mio, devo ripensare oggi con condiscendenza al ventenne ingenuo che ero, convinto che dal collasso del blocco sovietico sarebbe sorto un mondo migliore e più libero? La risposta a queste domande, a mio avviso, deve essere negativa: nessuna condiscendenza e nessun’abiura. Il 9 novembre del 1989 rimarrà per sempre una dies aureo signanda lapillo nella storia della libertà moderna – e forse, chissà, perfino in quella della libertà umana tout court. Il rifiuto di rinnegare, d’altronde, non può certo implicare il rifiuto di riconsiderare quella stagione, per quanto gloriosa, nei suoi errori e nelle sue esagerazioni. Diventa allora piuttosto evidente, a trent’anni di distanza, che l’entusiasmo spinse tanti di noi (non tutti) a farla – per così dire – un po’ troppo facile. O, se vogliamo esser più precisi, ci portò a sottostimare l’impatto che il comunismo aveva avuto sul liberalismo. Un impatto duplice, le cui due componenti spingevano per altro in direzioni diametralmente opposte, l’una verso la radicalizzazione della tradizione occidentale, l’altra verso la sua moderazione. Il comunismo è stato il tentativo più grandioso e conseguente di secolarizzare la spinta millenaristica della tradizione giudaico-cristiana – di sostituire il paradiso delle anime con quello dei corpi e la storia a Dio. Una sfida di portata incalcolabile, di fronte alla quale il liberalismo non poteva in alcun modo rimanere inerte. Per un verso, naturalmente, poteva rispondere riaffermando la tradizione giudaico-cristiana nella sua originaria versione trascendente, ovvero rimettendo Dio al posto della storia. Basti pensare all’importanza che, nella lotta anticomunista, hanno avuto le chiese. Ma il rifiuto della trascendenza non è una caratteristica esclusiva del comunismo: lo è della modernità, ed è robustamente rappresentato pure nella tradizione liberale. Per un altro verso, così, il liberalismo ha dovuto combattere il nemico sovietico sul suo stesso terreno, contrapponendo all’utopia mondana di quello un’utopia mondana alternativa e di segno ideologico opposto. Per questa via il liberalismo si è assolutizzato, abbandonando una tradizione di pensiero che non soltanto aveva avuto un ruolo cruciale nel suo formarsi, ma a prescindere dalla quale si può dubitare che esso sia in grado di sopravvivere: la tradizione scettica, empiristica e fallibilista, convinta che il legno storto dell’umanità non possa esser raddrizzato e che qualsiasi tentativo di raggiungere la perfezione in Terra sia fatalmente destinato al fallimento, nella migliore delle ipotesi, o a convertirsi in un incubo totalitario nella peggiore. Mentre nella faglia più profonda della modernità – quella della morte di Dio – eccitava e trasformava il liberalismo, però, sui livelli relativamente più superficiali, quelli della politica di potenza e dei conflitti geopolitici, il comunismo lo conteneva. L’impazienza per i limiti del liberalismo, l’ansia di spingerlo sempre più avanti lungo la via della perfezione dovevano arrestarsi là dove la critica e la protesta rischiavano di indebolirlo troppo e di favorire così il nemico comunista, latore di un’alternativa ancor più imperfetta. Irrobustito da decenni di competizione col comunismo, nel momento in cui quella competizione è venuta meno il perfezionismo liberale ha potuto finalmente dispiegarsi appieno. Ma in che cosa consiste, dunque, questo perfezionismo liberale? Nel tentativo di realizzare un sogno che, non per caso, è lo stesso del comunismo: l’eliminazione del potere discrezionale dell’uomo sull’uomo. L’utopia liberale può sognare di fare a meno del potere perché l’ordine e il progresso vi sono garantiti da regole impersonali e oggettive. Le regole del diritto, sempre meno vincolate dai confini nazionali e sempre più globali, disciplineranno le interazioni fra gli individui e fra le comunità, garantendo a tutti i soggetti uguali diritti, liberandoli dalle pastoie della tradizione e dell’identità e dando loro modo di risolvere pacificamente qualsiasi conflitto o controversia. Le regole del mercato, anch’esse globali, apriranno a tutti la possibilità di rifornirsi delle risorse materiali necessarie a realizzare il proprio progetto di vita. Certo, quelle risorse non saranno mai ripartite equamente. Non per questo non si distribuiranno secondo principi impersonali e oggettivi, però: seguiranno infatti la norma rigorosa del merito individuale. La crescita dei livelli complessivi di benessere, inoltre, fornirà pure agli ultimi mezzi sufficienti a una vita dignitosa, e soprattutto permetterà loro di immaginare un futuro sempre migliore per sé e per i propri figli. Infine, tecnocrazie educate da scienze sociali sempre più sicure di sé controlleranno che il meccanismo funzioni a perfezione. Non sono affatto mancati, all’indomani della fine della Guerra Fredda, studiosi tutt’altro che ipnotizzati da illusioni utopiche, e anzi ben avvertiti delle persistenti durezze della storia, della fragilità della società aperta e delle minacce potenzialmente fatali che avventate accelerazioni perfezionistiche avrebbero potuto portarle. Il primo nome che sale alla memoria è quello di Samuel Huntington, le cui tesi sullo scontro di civiltà furono pubblicate in articolo nel 1993 e in libro nel 1996. Ma per niente utopici – anzi, assai preoccupati per il destino delle “ligatures”, le connessioni sociali, in un mondo iper-individualistico – sono pure gli scritti di Ralf Dahrendorf dei primi anni Novanta. Perfino l’opera che più di ogni altra simboleggia l’atmosfera fiduciosa del dopo-Muro, The End of History and the Last Man di Francis Fukuyama, non mancava affatto di denunciare, nei capitoli conclusivi, i rischi distopici cui era possibile si stesse andando incontro. Ma proprio il fatto che quel libro sia ricordato quasi esclusivamente per la tesi ottimistica condensata nella prima parte del titolo (la fine della storia), e che sia invece assai spesso dimenticata l’antitesi pessimistica espressa nella seconda parte (l’ultimo uomo), ci restituisce la misura del clima complessivo di quell’epoca. Nella quale tanti altri autori, su molteplici livelli e da diversi punti di vista – le relazioni internazionali, i processi d’integrazione globale, l’organizzazione della società, le istituzioni rappresentative, il progresso economico, i nuovi mezzi di comunicazione –, hanno invece celebrato le trasformazioni in corso, proponendo che il loro impatto fosse amplificato e accelerato ovunque possibile. Senza interrogarsi troppo sul problema di come potessero esser governate, del rischio che sfuggissero di mano, delle loro eventuali conseguenze negative, di quel che avrebbe sostituito ciò che veniva distrutto. Nella convinzione, quasi sempre postulata fideisticamente, che la ricostruzione sarebbe stata attuata da una sorta di “mano invisibile”: dalle interazioni spontanee di individui liberi, disciplinati unicamente – appunto – dalle regole dell’economia e del diritto. L’11 settembre 2001 prima e la Grande Recessione poi hanno esposto tutte le fragilità dell’utopia liberale. Abbiamo cominciato a scoprire allora che, quando le “ligatures” così care a Dahrendorf si spezzano, non c’è una “mano invisibile” che le rimpiazzi automaticamente. Abbiamo cominciato a scoprire che le regole presunte oggettive e impersonali dividono comunque il mondo in vincenti e perdenti; che i perdenti allora, comprensibilmente, ne contestano l’oggettività; e che quando cominciano a moltiplicarsi si trasformano in un serio problema sociale. Abbiamo cominciato a scoprire che gli esseri umani sono creature mimetiche, che le loro esigenze non sono stabili e assolute, ma relative e cangianti. Avere abbastanza di che vivere dignitosamente e perfino poter immaginare un futuro migliore per sé e per i propri figli può non bastare, allora, se intorno c’è chi sta meglio e migliora ancora più in fretta. Abbiamo cominciato a scoprire che il potere è una dimensione strutturale dell’esistenza umana. Che può essere, con grande fatica, addomesticato, ma non può e neppure deve essere compresso al di là di un certo limite. Abbiamo cominciato a scoprire… In realtà, abbiamo riscoperto. Perché tutto questo è scritto da secoli in pressoché tutti i classici del pensiero politico occidentale. Bastava rileggerli. Alla crisi politica, culturale, spirituale odierna possiamo reagire in tre modi. Possiamo seguire una via schiettamente e apertamente illiberale, rinnegare gli entusiasmi del 9 novembre 1989 e abbandonare la società aperta. Possiamo continuare a celebrare la caduta del Muro allo stesso modo in cui la festeggiammo trent’anni fa, traendone le medesime conseguenze che ne furono tratte negli anni Novanta. È una via sedicente liberale – ma, seguendola, il liberalismo si sta sempre più irrigidendo in un sistema chiuso, dogmatico nel rifiutare ogni dogma, intollerante nel nome della tolleranza, omogeneizzatore nel nome dell’eterogeneità. Inseguendo la propria perfezione, si sta autodistruggendo. Oppure possiamo battere l’unico sentiero che mi paia autenticamente liberale, riportando il liberalismo alle sue originarie radici umanistiche, fallibiliste, antiperfettiste. Cominciando magari col rileggere il grande scettico Michel de Montaigne: «Chi si ricorda di essersi tante e tante volte ingannato nel suo proprio giudizio, non è forse uno sciocco se ormai non ne diffida? … Imparare che si è detta o fatta una sciocchezza, non è nulla. Bisogna imparare che si è nient’altro che uno sciocco, apprendimento ben più ampio e importante … Alla mia debolezza così spesso riconosciuta devo l’inclinazione che ho alla modestia, alla sottomissione alle credenze che mi sono prescritte, a una costante freddezza e moderazione di opinioni, e l’avversione a quell’arroganza importuna e litigiosa, che crede in se stessa e si fida di sé completamente: nemica mortale di disciplina e di verità».



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