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NUMERO 10 - 07/04/2021

Le relazioni fra Autonomie speciali e Regioni ordinarie (1970-2020) in un contesto di centralismo asimmetrico

Dopo un’intensa giornata di lavoro, mi è ben difficile – direi quasi imbarazzante – trarre delle soddisfacenti conclusioni sui vasti temi che sono stati oggetto delle diverse, interessantissime relazioni. Mi soffermerò, quindi, solo su alcuni di essi rileggendo i pochi appunti che ho potuto prendere e concedendomi anche alcune licenze d’autore. La prima considerazione che mi viene da fare è molto generale. È che tutti stiamo oggi prendendo atto che l’attuazione della riforma costituzionale del 2001, per dare i risultati sperati, avrebbe quantomeno richiesto che le Regioni e lo Stato funzionassero con efficienza e reciproca lealtà. È successo, invece, che con il passare degli anni (come ha sottolineato Carli e ci ha detto Antonio Ruggeri) le Regioni non hanno cessato «di essere una sorta di oggetto misterioso, secondo modello, come pure secondo esperienza». La crisi pandemica ha aggravato questa situazione e ci ha fatto assistere ad un rimpallo di competenze tra Stato, Regioni ed Enti locali riguardo all’adozione dei provvedimenti di emergenza. Provvedimenti che, pur avendo contenuti analoghi, sono stati spesso non coincidenti o, addirittura, tra loro in contraddizione; provvedimenti che, salvo alcune eccezioni, scontano una troppo modesta efficienza degli apparati amministrativi sia statali che regionali operanti non solo a livello sanitario, mentre le classi politiche, troppo spesso, risentono pesantemente delle più recenti forme di degenerazione personalistica. Il fatto è che, in questa fase di forte crisi, stiamo pagando qualcosa di più delle disfunzionalità burocratiche. Stiamo scontando una disomogeneità di fondo della nostra crescita sociale ed economica che né lo Stato, né tutte le Regioni hanno saputo sufficientemente contrastare. È un’Italia troppo disuguale quella che è stata aggredita dal virus: da un lato, le Regioni più ricche difendono – e non possono fare altrimenti – i propri standard, dall’altro, quelle più deboli non riescono a liberarsi dalla loro storica fragilità... (segue)



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