La legittimità della nomina di direttori stranieri nei musei ha suscitato ampio dibattito, con non poche critiche rivolte dal mondo politico alla giustizia amministrativa per le conclusioni cui è pervenuta. Va detto, però, che il giudice amministrativo ha dovuto affrontare un incerto avvicendarsi di normative che hanno reso difficoltoso individuare la disciplina da applicare alle procedure di selezione pubblica per il conferimento di incarichi di direttori di musei a non italiani, ma cittadini di uno Stato membro dell’Unione. Pur con questa precisazione sul contesto, gli interventi del Consiglio di Stato non si sottraggono a rilievi critici, proponendo non pochi aspetti problematici: tra questi, si mostra di particolare interesse quello relativo al modo in cui il giudice ha ricostruito i rapporti fra gli atti normativi intervenuti nella materia e i relativi poteri del giudice amministrativo. Il non lineare raccordo fra atti aventi forza di legge e atti regolamentari ha generato diversità di impostazioni in alcune recenti sentenze della VI sezione del Consiglio di Stato, tanto da provocare la rimessione di alcune questioni di tipo processuale e sostanziale all’Adunanza Plenaria. Costituiscono, nello specifico, punto di osservazione le modalità con cui il Consiglio di Stato, in particolare, con le decisioni n. 3666/2017 e n. 677/2018, ha ritenuto di risolvere la questione sui possibili vizi dei provvedimenti di selezione impugnati, assunti in asserita violazione di una norma regolamentare, sospettata però di illegittimità e coinvolta da una successiva legge di interpretazione. Vengono, dunque, in rilievo le tecniche di disapplicazione e non applicazione, con il loro differente inquadramento, da riferire a un intreccio di disciplina certamente particolare. Ed è proprio su questo aspetto che si intende sviluppare l’indagine. Per poter individuare i segnalati profili problematici, occorre dar conto subito di tale peculiarità… (segue)
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