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NUMERO 20 - 24/10/2018

 La protezione dei dati personali alla luce della vicenda 'Cambridge Analytica'

La società dell’informazione e della comunicazione è, come è noto, un tipo di società che fa della conoscenza e della sua condivisione gli elementi cardine attorno ai quali sviluppare le attività caratterizzanti il vivere sociale ed economico. La crescente possibilità offerta dai supporti tecnologici di scambiare agevolmente contenuti di vario tipo, superando le tradizionali barriere spazio-temporali, ha, negli anni, profondamento innovato il tradizionale modo di intendere l’attività economica, le modalità di interazione tra i consociati e l’erogazione di servizi pubblici che si nutrono ormai pienamente dell’interattività, versatilità, speditezza e globalità dei servizi offerti dalla Rete. Nell’ultimo decennio, tuttavia, tale peculiare processo estremamente dinamico e mutevole ha compiuto un ulteriore passo in avanti con il diffondersi di tecnologie sempre più avanzate, fondate sullo scambio dei dati e delle informazioni. Si fa riferimento, in primo luogo, al fenomeno dell’ Internet of things (IOT) che consente di trasformare oggetti, come auto, edifici, ma anche televisori ed elettrodomestici, in beni tra loro strettamente connessi, capaci di immagazzinare, trattare e scambiare reciprocamente migliaia di dati al fine di garantire esperienze di consumo sempre più avanzate e personalizzate. Dal canto loro, attraverso l’impiego di tali tecniche, le stesse città diventano anno dopo anno sempre più “smart”, perché in grado di trasformare le potenzialità offerte dalle nuove piattaforme digitali in servizi sempre più efficienti per i cittadini, ottimizzando l’uso delle risorse a disposizione e garantendo in alcuni casi anche un minor impatto ambientale. Un ulteriore fenomeno è rappresentato dal proliferare dei big data, enormi quantità di dati ed informazioni di vario tipo che, prodotti a grande velocità a partire da una pluralità di fonti differenti, vengono utilizzate in maniera combinata per l’erogazione di prestazioni altamente avanzate e modellate sulle necessità degli utenti. Ed infine è da sottolineare la diffusione delle tecnologie di cloud computing (cd. nuvola informatica) che consentono di archiviare queste imponenti masse di dati in remoto, sfruttando le straordinarie potenzialità di immagazzinamento della Rete Internet. IOT, big data e cloud computing rappresentano, quindi, le tre direttici su cui si sta muovendo l’attuale evoluzione tecnologica ed il loro combinato agire sta completamente modificando la fisionomia delle società contemporanee, favorendo la nascita di una nuova era caratterizzata da collettività “iper-connesse”. È evidente che, in tale peculiare scenario, il dato assurge a risorsa strategica e fattore di sviluppo economico; elemento di crescita collettiva e di ricchezza culturale, ponendo l’individuo al centro della società digitale. In un mondo sempre più connesso, infatti, tutto (o quasi) ruota intorno alla persona e al relativo bagaglio di informazioni. Tuttavia, dietro gli straordinari vantaggi della personalizzazione dei servizi si cela il rischio di una eccessiva compressione dei diritti fondamentali del singolo, derivanti dalla sovraesposizione di aspetti estremamente delicati della propria sfera personale. La sempre più ampia digitalizzazione determina, infatti, il frazionamento dell’identità dell’individuo in migliaia di piccoli tasselli, che attraverso il dato si riverberano all’esterno proiettando aspetti più o meno intimi della propria persona. Il fluire incessante di tali informazioni personali ha favorito negli ultimi anni il sorgere di tecniche di profilazione sempre più raffinate che, attraverso l’aggregazione, l’incrocio e la riorganizzazione dei dati raccolti, consentono di suddividere gli utenti in categorie distinte in base a caratteristiche omogenee, al fine di fornire prodotti “su misura” attraverso la previsione delle decisioni di consumo e dei relativi comportamenti. Potenziate dalla straordinaria rapidità evolutiva degli strumenti tecnologici, tali peculiari attività di trattamento dei dati personali non solo possono esacerbare situazioni di discriminazione e di stereotipizzazione già esistenti, ma rischiano di condurre a fenomeni di “penalizzazione delle propensioni”, limitando le effettive possibilità di scelta del singolo, sino a condurre all’estrema conseguenza di inibire l’esercizio delle relative libertà fondamentali o di limitare l’erogazione di servizi essenziali. Inoltre, basandosi su tecniche statistiche, tali meccanismi di classificazione possono condurre a previsioni imprecise o errate favorendo a loro volta ulteriori fenomeni discriminatori. Questo si verifica in particolar modo nel panorama dei social network, le cui attività di profilazione si basano su manifestazioni di interesse e diffusioni di opinioni molto spesso estemporanee o peggio incentivate dall’apparente carattere ludico e riservato delle piattaforme che, se decontestualizzate ed aggregate, rischiano di favorire la delineazione di identità virtuali completamente diverse da quelle reali. E’ evidente, quindi che tale quotidiano processo di “frantumazione” della sfera personale dell’individuo e di ricomposizione della stessa da parte di soggetti terzi per l’erogazione di servizi e prodotti di vario genere ovviamente presenta inevitabili profili di rischio che impongono l’individuazione di nuove e soprattutto efficaci modalità di tutela e di garanzia a favore del singolo. Ormai lontana da quel “right to be let alone”, codificata da Warren e Brandeis nel diritto alla privacy nel 1890, la piena e consapevole realizzazione del singolo all’interno delle moderne società dato-centriche corre oggi lungo i binari della protezione dei dati personali, con la finalità di tutelarlo dal pericolo di acquisizione occulta delle informazioni, di intrusione nella propria sfera privata e di utilizzazione impropria dei dati raccolti. L’esigenza è quella di evitare che il dato, trattato per finalità che esulano dalla volontà del soggetto, possa cagionare situazioni di discriminazione, furto o usurpazione di identità; pregiudicare la propria reputazione o comportare un qualsiasi significativo danno economico o sociale. Inoltre, alla luce delle sempre più invasive tecniche di profilazione, come è stato efficacemente evidenziato, in tale complesso panorama la tutela del dato assume un significato ulteriore al di là della protezione del singolo, affermandosi come strumento di tutela della collettività. Nella consapevole convinzione, tutelata costituzionalmente, che ogni individuo non costituisca un’”isola”, ma che la relativa piena evoluzione della propria personalità si nutra necessariamente di una molteplicità di momenti di interazione e di condivisione nelle formazioni sociali di cui fa parte, la protezione delle informazioni personali diviene una questione di tutela della stessa evoluzione democratica della società. Il corretto trattamento dei dati personali, soprattutto di carattere sensibile, costituisce premessa, infatti, irrinunciabile al pieno e consapevole esercizio degli altri diritti fondamentali allontanando fenomeni di compressione dei momenti di interazione tra i soggetti, non accettabili all’interno delle società democratiche. Ne consegue che la previsione di un ragionato sistema di regole destinato a quello che è stato definito “il nuovo petrolio dell’economia digitale” trova giustificazione e legittimazione nel suo essere funzionale al carattere democratico delle moderne società. Non solo ha un valore in sé, ma opera al fine di garantire che la collettività sia in grado di convogliare le potenzialità delle nuove tecnologie verso nuovi e desiderati livelli di crescita, senza però mai sacrificare i valori fondamentali a cui essa stessa si ispira e che rappresentano causa e fine ultimo della sua esistenza… (segue)



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