La validità della nozione di sovranità dello Stato, così come tradizionalmente è stata intesa sia nel pensiero costituzionale dello Stato liberale dell’ottocento che in quello degli ordinamenti democratici contemporanei, quale “sovranità dell’ente territoriale dello Stato che non subisce limitazioni da parte di altri soggetti di diritto internazionale se non in seguito e in base a decisioni di autolimitazione decise dallo Stato stesso”, è oggi messa in discussione dai processi di internazionalizzazione dell’economia e di integrazione europea che hanno segnato una tendenza alla cristallizzazione del potere decisionale in organismi politico-burocratici sovranazionali. L’interdipendenza economica e finanziaria fra gli Stati e le concentrazioni di potere economico che attraversano gli ambiti nazionali non soltanto costituiscono fattori condizionanti le scelte formali delle istituzioni statali (soprattutto di quelle rappresentative che subiscono i condizionamenti più rilevanti), ma sottraggono al potere statale gli stessi destinatari delle norme giuridiche. E se la stessa legge, manifestazione principe degli organi di rappresentanza politica, viene a soffrire di forte crisi di identità, dovuta anche alla difficoltà di una chiara individuazione dei propri destinatari, tale difficoltà non può non ripercuotersi anche sulla nozione ad essa storicamente legata nell’ambito della teoria costituzionale, la rappresentanza politica, che davanti all’erosione della sovranità tende a perdere il carattere politico e nazionale ad essa generalmente attribuita. Appare necessario pertanto, soprattutto a livello continentale, rivisitare tali concetti fondamentali della teoria costituzionale alla luce delle trasformazioni avvenute sul piano economico, politico e culturale che hanno caratterizzato questo primo scorcio del ventunesimo secolo. Come è stato osservato, “la crisi della territorialità del diritto” scaturita dal processo di “globalizzazione economica” e di integrazione politica riduce l’autorità degli ordinamenti costituzionali dei singoli Stati, i “quali cedendo progressivamente poteri sovrani appaiono sempre meno legittimati a controllare i complessi processi di trasformazione istituzionale”. La crisi dello Stato Nazione e della sua sovranità conduce così ad una crisi della stessa sovranità popolare, che determina un deficit di democraticità sia a livello di Unione europea che all’interno dei singoli Stati. Secondo parte della dottrina, l’affermazione del c.d. “pensiero unico” riconducibile alla istituzione dell’Unione economica e monetaria europea ha avuto come contraltare la perdita di potere dell’autorità statale a favore di entità sovranazionali a cui ha corrisposto anche una perdita di potere da parte dei cittadini, così impossibilitati ad influenzare le scelte di governo. Il ruolo egemone svolto da grandi centri di potere sovranazionali, “sia informali che istituzionali”, condiziona il potere sovrano nella sua duplice articolazione di sovranità popolare (potere riconducibile in via diretta o indiretta al popolo) e di potere decisionale espressione delle istituzioni della rappresentanza e che si trasforma in indirizzo di governo. Ne discende un obiettivo indebolimento della capacità degli ordinamenti costituzionali democratici di assumere autonomamente, nell’esercizio della propria sovranità, decisioni relative sia alla sfera economica che a quella di politica internazionale… (segue)
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