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FOCUS - Osservatorio Emergenza Covid-19 N. 1 - 13/03/2020

 Il coronavirus e la rivolta nelle carceri italiane

Il Governo ha da poco approvato il decreto che ha blindato il Paese “Italia”, estendendo la zona a rischio a tutte le Regioni italiane per tutelare la salute dei cittadini, gravemente messa a repentaglio dal coronavirus COVID-19. L’epidemia si sta diffondendo molto rapidamente, contagiando la popolazione presente nelle zone “rosse” ma anche fuori, fino a lambire le carceri italiane. La paura da contagio ha funto da detonatore all’interno della popolazione carceraria, provocando proteste e numerose reazioni a catena. Per chi non ha dimestichezza di carcere occorre spiegare che il tempo e lo spazio possono incidere profondamente sul corpo dei detenuti, che molto spesso possono reagire a tale menomazione con comportamenti di autolesionismo e di natura depressiva, ma alle volte, invece, con azioni aggressive. Questi meccanismi reattivi possono manifestarsi in un’implosione nervosa oppure in un’esplosione di rabbia. Per un quarto di secolo il clima carcerario si era normalizzato dopo che i detenuti hanno praticato una micro-conflittualità permanente ed estesa per cercare di ottenere migliori condizioni di vita interna, ma anche spazi di socialità interni ed esterni. Prima ancora, verso la fine degli anni ’60 i detenuti politici svolgevano una funzione di proselitismo tra quelli comuni per esercitare forti rivendicazioni politiche. Le occupazioni delle carceri consistevano in una tecnica di lotta interna da parte di prigionieri in rivolta per ottenere allentamenti della disciplina e riduzioni di pena. L’orchestrazione delle rivolte carcerarie era affidata dapprima ai detenuti politici, per motivi ideologici e successivamente ai boss delle associazioni di stampo mafioso. Con l’entrata in vigore della legge Gozzini (L. n. 633 del 10 ottobre 1986), si sono dissolti i fenomeni diffusi di lotta e di disorientamento all’interno degli istituti penitenziari italiani. La popolazione carceraria stessa ha cambiato volto, dal momento che in carcere non ci sono più di 10.000 persone che, per titolo di reato o per affiliazione criminale, possono essere qualificate pericolose, mentre le altre 40.000 appartengono a quella che Margara, grande giudice di sorveglianza e capo dell’amministrazione penitenziaria, chiamava “detenzione sociale”, ovvero, persone che sono in carcere perché prive di mezzi per starne fuori. Quanto accaduto nella notte a cavallo dell’8 e 9 marzo, a causa della diffusione epidemiologica che ha prodotto l’effetto della sospensione in via precauzionale dei colloqui con i familiari, dei permessi premio e del regime di semilibertà, non è affatto ricollegabile alle sommosse passate… (segue)



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