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NUMERO 15 - 24/07/2013

 Introduzione al Convegno sul caso Ilva

Su L’Unità del 21 agosto 2012 si trova un articolo dal titolo: «Ilva, tutto cominciò dal pecorino». Vi si racconta la storia di una forma di formaggio prodotta dalla masseria di Angelo Fornaro, a Statte. In quella semplice forma di formaggio, che alcune associazioni ambientaliste presero l’iniziativa di fare analizzare, fu rinvenuta la presenza di diossina. I capi di bestiame avevano assunto la sostanza principalmente attraverso l’erba, contaminata dalle emissioni del polo siderurgico. Pochi giorni dopo la Giunta regionale disponeva l’abbattimento di milleduecento animali in ben sette allevamenti della zona. Uno degli eventi più drammatici della storia recente dell’area tarantina, come racconta bene Carlo Vulpio nel suo libro La città delle nuvole.  Negli stessi giorni, a Roma, il Ministro dell’Ambiente emanava l’AIA dell’ILVA di Taranto. Ciò può apparire un aneddoto, un risvolto di micro-storia di uno dei grandi eventi che segnano la vicenda italiana degli anni 2000. Esso è, però, il paradigma di un modo di concepire la tutela dell’ambiente e lo sviluppo industriale nazionale. Apparentemente, da quella masseria si è dischiuso un inatteso e terribile vaso di Pandora di eventi, scontri e scoperte che continuano ancora a riempire quotidianamente le pagine della cronaca giudiziaria del nostro Paese (e non solo: il dramma di Taranto è stato ripreso anche dal The Guardian, Le Figaro, Le Monde, l’argentino Clarin, ecc.). In realtà, quel vaso di Pandora non era affatto inatteso, almeno da parte delle istituzioni e dei più attenti al problema. La questione della presenza del polo siderurgico nella città di Taranto è stata lungamente rimossa, negata, sottovalutata, considerata come un dilemma insolubile fra tutela dell’occupazione e tutela della salute e dell’ambiente... (segue)



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