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NUMERO 10 - 07/04/2021

 In ricordo di Carlo Mosca

Da qualche ora non c’è più Carlo Mosca. Ci conoscevamo dai primi anni Novanta, quando mi aveva invitato – proseguendo una consuetudine inaugurata da Claudio Meoli (un altro grande amico scomparso) – a far lezione alla “sua” Scuola superiore dell’Amministrazione civile dell’Interno. “Sua” perché, come sempre faceva (lo avrei appreso dopo, seguendolo nel corso degli anni) aveva impresso a quella giovane istituzione l’originalissimo stampo della sua personalità.

Carlo era, innanzitutto, umanamente una persona straordinaria, e posso testimoniare quanto grande fosse la sua sensibilità e l’attenzione per gli altri, iniziando dai più umili. Siamo stati amici per molti anni, e sempre ho trovato in lui saggezza, gentilezza, affetto. Nato nel 1945 a Milano, si era diplomato nel 1962 alla scuola militare della Nunziatella di Napoli, dove credo avesse appreso quel suo modo peculiare di stare al mondo, fatto di sobrietà, eleganza e gentilezza di modi, correttezza. Viveva, si potrebbe quasi dire anche ricordandone la figura fisica, la postura del corpo, quasi ai margini, possibilmente senza mai occupare la scena: in un understatement che era il suo inimitabile stile di vita.

Dopo Napoli, aveva poi conseguito la laurea in giurisprudenza e quella in scienze politiche, studiando a seconda di dove lo portava la carriera, in vari atenei italiani: Sassari, Napoli, Roma.

Giovane ufficiale della Polizia stradale era stato mandato in Sardegna e vi aveva messo su famiglia, vivendo quella che mi diceva era stata la stagione più bella della sua vita. Nella grande famiglia sassarese della moglie, di cui era entrato a far parte, si era profondamente integrato, sino a diventare sardo e sassarese di adozione. Un paesino arrampicato sulla montagna sopra Alghero in faccia al mare, Villanova Monteleone, patria d’origine della ragazza che aveva sposato, sarebbe diventato il suo rifugio e il luogo delle sue memorie più care.

Intanto si specializzava in diritto e procedura penale e iniziava una lunga consuetudine di collaborazione con l’università (Sabino Cassese ricorda ancora di averlo avuto come fondamentale assistente-collaboratore in un corso ormai di qualche anni fa per l’Interforze militare). E insegnava anche: materie penalistiche alla Cattolica di Milano e presso l’Istituto superiore di Polizia.

Imboccata la difficile carriera di prefettura nel 1973, era divenuto ben presto per la sua cultura e la sua bravura uno dei migliori prefetti italiani (nomina nel marzo 1993), non a caso poi collaboratore di ministri importanti (uno era stato Cossiga, col quale aveva anche contratto una bella amicizia personale).

Io lo conobbi appunto quando era il responsabile della Scuola superiore dell'Amministrazione civile dell'Interno (la scuola dei prefetti). Fui, su sua proposta, anche inserito nel Comitato scientifico della Scuola e potei vedere così da vicino come nei concorsi interni selezionava e valutava i giovani (e le giovani, giacché uno dei suoi meriti fu di insistere sulla acquisizione di allieve che poi divennero tutte ottime prefetti).

Intanto si occupava di materie difficili come i servizi segreti (fece parte anche di un delicato organo italo-statunitense per coordinare le operazioni antiterrorismo), la piena realizzazione della riforma della polizia; e lavorava in commissioni governative ad alto livello, dando sempre prova di rettitudine e moralità assolute. Fu vicecapo di gabinetto all’Interno, poi vicedirettore del Sisde, poi capo dell’Ufficio legislativo del Ministero. Era quel che si dice (ma bisogna dirlo senza retorica) un vero servitore dello Stato.

Capo di gabinetto all’Interno con Pisanu e Amato (due ministri di opposto colore politico che entrambi lo stimarono: ma lui diceva sempre che si deve servire lo Stato e non gli uomini e i partiti), fu poi  nominato per pochi mesi nel 2007 prefetto di Roma (io ero allora deputato). In quel difficile posto di frontiera si mosse con coraggio sui temi più scottanti come quello dell'immigrazione. Ricordo che mi fu di grande aiuto quando io difesi la causa di una piccola comunità romena di un paese della grande periferia romana che non aveva un luogo dove celebrare messa (erano ortodossi, come la maggioranza dei romeni e forse non erano simpatici al vescovo locale che non li aiutava). E lui da quel finissimo diplomatico che era trovò la soluzione del problema.

Non amava apparire ma la sua azione era sempre efficacissima. Non comandava, domandava con cortesia, anche ai suoi sottoposti che lo veneravano; e otteneva sempre il massimo della collaborazione. Dirigeva senza che ci si accorgesse, ma la sua era una mano fermissima. E se avveniva che scoprisse una mancanza grave o addirittura un abuso sapeva essere inesorabile: ne ho avuto una prova anche in un fatto del quale mi sono dovuto occupare direttamente mentre ero deputato.

Si dovette dimettere però anzitempo da prefetto (fatto inaudito negli annali) perché obbligato altrimenti da un ministro leghista a imporre il rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom. Se ne andò a casa, semplicemente, senza alcuna dichiarazione: mi disse – ricordo – che la sua coscienza di democratico e di credente (era, non l’ho ancora detto ma era questo un tratto saliente della sua personalità, profondamente cattolico) non gli permettevano di restare in carica a svolgere quel compito odioso e anticostituzionale. Più tardi fu chiamato al Consiglio di Stato, dove espletò con lo scrupolo e l'intelligenza consuete la sua opera.

Assiduo, tenace lavoratore, diresse a lungo la rivista del Ministero, collaborando in modo decisivo allo sviluppo dell’Anfaci, l’associazione dei prefetti, alla quale impresse il suo timbro essenziale, che consisteva sempre nel rivendicare la funzione etica del servizio pubblico e la necessità di una formazione continua.

Il prefetto (tale restò sempre, anche quando divenne consigliere di Stato) era per lui una figura chiave delle istituzioni democratiche: ma non una emanazione del ministro e quindi del governo, come era stato nel passato, bensì una figura che realizzava il programma governativo ma interpretandolo alla luce di un’etica superiore, che si richiamava al concetto cardine del servizio di Stato e al rispetto della Costituzione. In ciò, mi capitava di parlarne spesso con lui, il prefetto assumeva una sorta di terzietà, un po’ come era accaduto al Consiglio di Stato che, nato nell’Ottocento per essere consulente del governo, si era trasformato progressivamente in un giudice e del giudice aveva via via mutuato indipendenza e terzietà.

Carlo Mosca ci lascia una serie di volumi importanti. Molte sono le sue riflessioni sul prefetto, culminate nel bel volume del 2016 Il prefetti e l’Unità nazionale (Napoli, Editoriale scientifica, con prefazione di Maurizio Viroli), una summa delle sue idee sulla funzione prefettizia nella sua evoluzione storica e nelle sue prospettive attuali. Ma sono anche da richiamare i saggi sulla sicurezza e sulla delicata attività dei servizi di informazione, temi di cui era apprezzato specialista, come il bel volume Democrazia e intelligence italiana (Napoli, Editoriale scientifica, 2018). E tra le sue pubblicazioni “minori” (ma sono per la dimensione) un prezioso libretto, stesso editore dei precedenti, anno 2017, dal titolo emblematico Giubileo Misericordia e forze di polizia. Proposizioni per il radicamento di una moderna cultura democratica. Una sorta di testamento, a scriverne oggi in queste ore, che contiene tutta la passione civile ma anche la dimensione religiosa di questo straordinario (uso volutamente per la seconda volta l’aggettivo) “servitore dello Stato”.

Carlo viveva tra Roma, dove la sua bella casa all’Eur era sempre aperta per gli amici, che in molti andavamo a trovarlo; e Sassari, dove aveva arredato un appartamento nella centralissima piazza di Santa Caterina;  e la casa di Golfo Aranci, dove spesso si ritirava a scrivere.

Due immensi dolori, la perdita della moglie prima, della figlia poi, gli avevano lasciato dentro un fondo di tristezza che a volte traspariva quando meno te lo attendevi. Ma al tempo stesso era felice di vivere e trovava consolazione nell'affetto profondo per il figlio Davide, giovane brillante giornalista in Sardegna.

Ci scrivevamo spesso e ci telefonavamo lungamente, come capita agli amici, saltando senza troppo ordine da un argomento all’altro.

L'ultima volta, non sentendolo più da Natale, gli scrissi io un sms il 17 marzo: chiedevo notizie della sua salute, ma con circospezione e prudenza, come tutti facciamo in questi tempi tremendi.

"Sto come tutti, carissimo - mi rispose - pieno di speranza ma spaventato dalle incognite di questa Pandemia".

Resta, nel nostro epistolario "elettronico", il suo ultimo messaggio.



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