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NUMERO 8 - 01/04/2020

 Giuseppe Morbidelli: della Costituzione come costituzionalismo

Mio graditissimo compito, in questa giornata di studio dedicata a un caro Amico e Maestro (e che pertanto, nelle pagine che seguono, mi permetterò di chiamarlo Beppe), è quello di parlare di un libro dalla copertina rilegata in un elegante blu cobalto, con lettere vergate colore oro, dal titolo semplice ma con un sottotitolo che svela l’intensità concettuale del contenuto. Si tratta delle Lezioni di diritto pubblico comparato. Costituzioni e costituzionalismo, che Beppe Morbidelli pubblica nel 2000, per i tipi della Monduzzi, rendendo così editorialmente autonomo il primo capitolo di un manuale di Diritto costituzionale italiano e comparato, scritto insieme a tre colleghi. Un libro, quello di Beppe, che conosco bene per averlo più volte letto e studiato e, soprattutto, per averlo adottato nei corsi di diritto pubblico comparato, che ho tenuto all’Università di Sassari negli anni dal 2000 al 2007. Nella vasta e ricca produzione scientifica di Beppe questo è l’unico titolo “puro”, per così dire, ascrivibile al diritto pubblico comparato, materia insegnata dal Nostro per molti anni nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. Sarebbe però riduttivo qualificare questo libro come una sorta di dispense a uso degli studenti, così come sarebbe espansivo presentare il libro come un manuale di diritto pubblico comparato, anche perché privato di diverse tematiche che attengono alla materia. Vorrei definire il libro alla maniera tedesca, come i grandi testi del finale Ottocento: Allgemeine Staatslehre, e quindi dottrina generale dello stato ovvero, meglio, della Costituzione. Perché, si trovano centrati e concentrati tutti i concetti, e le teorie derivate, delle costituzioni e del costituzionalismo. Con una parte introduttiva sul diritto e l’interpretazione, che si lascia altrettanto apprezzare per la sua chiarezza lessicale e puntualità concettuale. E da dove si manifesta la prima teorizzazione di Beppe, garbata ma netta come è nel suo stile, laddove indica il diritto quale non una creazione dello stato ma piuttosto del pluralismo sociale e politico pieno ed effettivo: «il diritto è un prodotto necessario della vita sociale, che nasce spontaneamente nella convivenza umana, senza la quale non esisterebbe». Per poi ricordare la tesi della cd. “ipotesi robinsoniana”, «dove c’è un solo uomo, Robinson nell’isola deserta, non c’è diritto perché il diritto ha insito in sé il concetto di relazione». E’ quindi nel diritto la capacità di organizzare il sociale, di mettere ordine nella società, di darsi e farsi un ordinamento. Anche se un ordinamento giuridico perfettamente omogeneo, unitario, ordinato, non appartiene al mondo reale dell’esperienza giuridica, perché in ogni ordinamento giuridico evoluto la compresenza degli ordini di relazione fra gli elementi costitutivi genera problemi di contrasto o composizione.  “Ordine e disordine nel diritto”, come è stato scritto. Le Lezioni raccontano e spiegano il costituzionalismo in tutte le sue declinazioni organizzative, che impattano entro il perimetro della democrazia liberale. Questo è un altro aspetto che mi preme evidenziare: il costituzionalismo non è un concetto neutro giammai adattabile a tutte le esperienze purché abbiano una costituzione, che poi eventualmente si rivela essere “di facciata”. Il costituzionalismo è una tecnica di libertà degli individui verso ogni forma di potere. La costituzione, secondo il costituzionalismo, è insieme un sistema e una storia. Come scrive Beppe, «si considerano superiori quelle leggi che appaiono opera della Storia (quasi scaturita dal corpo sociale stesso) piuttosto che del Potere». La storia è un tornante determinante per capire l’evoluzione del costituzionalismo al di là e oltre la forza del potere costituente. Certo, Beppe affronta e analizza il problema del potere costituente ma non dà quel rilievo che talvolta si intende attribuire a questo “terribile potere”, che è quello di decidere, il potere cioè di instaurare una Costituzione, di creare una Costituzione come se fosse un momento nel quale, come una sorta di bacchetta magica, si decide di dar vita a una Costituzione che regoli l’organizzazione sociale di un popolo. Mentre invece la Costituzione è costituzionalismo, ovvero è un processo di evoluzione storica che poi si invera in una codificazione, in un testo costituzionale. Oppure, come insegna la storia costituzionale inglese, può svilupparsi financo senza codifica scritta ma legittimata da un idem sentire. E le più significative tappe della storia costituzionale, italiane e comparate, sono evidenziate nelle pagine delle Lezioni, con acribia e puntualità, concedendo anche il vezzo di una citazione, che so essere cara a Beppe, dell’esperienza costituzionale della Repubblica di Lucca del 1799. La storia è uno dei formanti della comparazione, specialmente per il pubblicista. Sul punto, può utilmente citarsi James Bryce: «il costituzionalista deve essere sempre storico [comparatista], non meno che giurista, se vuole comprendere l’oggetto dei suoi studi e discuterlo profittevolmente». Credo che questa sia la cifra che abbia sempre contraddistinto lo “stile fiorentino” degli studiosi che si sono occupati di costituzioni e costituzionalismo. Anche perché il motivo di fondo delle loro ricerche, e quindi anche e soprattutto di Beppe, è prevalentemente incentrato sulla individuazione dei modi e dei limiti di esercizio dei pubblici poteri… (segue)



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