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NUMERO 11 - 21/04/2021

Una transizione senza consolidamento

A trent’anni dall’avvio della stagione referendaria è possibile valutare l’impatto che quella strategia di innovazione extraistituzionale ha esercitato sulla struttura dell’ordinamento. In assenza di una esplicita e formalizzata cesura di valenza costituzionale, la formula alquanto abusata di una seconda Repubblica come esito della cesura degli anni ’90 si conferma inappropriata dal punto di vista analitico. Tuttavia, per la discontinuità riscontrabile sul piano delle culture, degli attori, delle tecniche elettorali, dei soggetti del pluralismo sociale è possibile parlare, con un maggiore rigore terminologico, di un secondo sistema politico dell’Italia repubblicana. A questo passaggio riscontrabile a livello di sistema politico si può riferire il concetto, anch’esso di largo uso perché contestuale alle dinamiche in corso nelle repubbliche post-sovietiche e però troppo elastico, di transizione. La categoria di transizione, alla luce di un arco temporale che si estende lungo trent’anni, merita di essere archiviata in quanto poco produttiva. Con una durata così ampia raggiunta dalla politica post-partitica, è più conveniente fare del trentennio 1991-2021 una fase storico-politica in sé distinta piuttosto che assumerlo come la tappa provvisoria di una processualità lineare che procede in vista della preparazione di nuovi assetti mai consolidati. C’è una componente teleologico-finalistica che rende la nozione di transizione fuorviante e in definitiva poco esplicativa dei processi politici avviati negli anni ’90 e che non hanno trovato stabilizzazione. Le periodizzazioni, adottate in un ambito politico-istituzionale fluido e in perenne movimento, hanno sempre qualcosa di arbitrario e di convenzionale. Eppure, le date usate come rudimentale setaccio logico tra gli eventi storici, altrimenti dispersi e caotici, restano indispensabili strumenti sincronici per l’organizzazione dei fenomeni politici. In quanto tali, le date-spartiacque, per quanto aleatorie, forniscono i filtri concettuali utili per setacciare i momenti di discontinuità diacronica operanti entro un sistema di poteri anche se non dotati di carica eversiva complessiva e quindi non culminati in processi costituenti di un altro regime. Tutto il processo di de-consolidamento lento della repubblica dei partiti iniziò nel 1983 con la prima commissione bicamerale sulle riforme istituzionali incaricata di redigere un organico disegno di riassetto normativo. Niente c’è di più vulnerabile per una coalizione dominante o “arco costituzionale” che dichiarare uno stato di emergenza dell’assetto istituzionale e di non trovare i modi e le forze per ricostruire la norma e mantenerla nel tempo. Nel 1991-94 si consuma certamente una cesura qualitativa che mostra una evidente discontinuità rispetto alla precedente organizzazione politico-istituzionale. Esercita un condizionamento analitico, che depista l’indagine distaccata, la persuasione che la transizione sia sempre un processo di cambiamento che conduce ad esiti positivi e migliori qualitativamente il quadro istituzionale rispetto ai precedenti assetti di potere. Questo andare oltre, apportando standard di rendimento superiori, non sempre accade nelle dinamiche istituzionali che seguono piuttosto dei percorsi erosivi non unidirezionali contrassegnati da linee confuse con accumuli di innovazione parziale e di ristagni prolungati. Si è verificata una “transizione” (verso un diverso sistema di partito composto da non-partiti) senza consolidamento (degli stessi attori nuovi che restano in una condizione perenne di statu nascenti in mancanza di un altro ordinamento costituzionale). L’assenza di consolidamento (degli attori, delle culture e delle regole) rende assai fluido il sistema politico e quindi diffonde la sensazione di una realtà in divenire suscettibile di fulminee riprese dei tentativi di riforma (e quindi di nuove transizioni, con nuove grandi revisioni bocciate dal referendum confermativo, leggi elettorali alcune delle quali cadute per pronunciamento della Consulta). La confusione tra le esigenze di consolidamento dei confini sistemici e le urgenze di riforme istituzionali alimenta il miraggio di una transizione lunga che ogni volta diffonde tra gli attori la pretesa di risolvere i dilemmi legati all’incertezza del quadro politico con degli ampi interventi concentrati nell’architettura costituzionale. Un duplice abbaglio si diffonde: la pretesa di costituzionalizzare gli appetiti contingenti dando sfogo ad un occasionalismo di maggioranza (di centro-destra nel 2006 e di centro-sinistra nel 2016) e la credenza che il processo avviato nei primi anni novanta non sia ancora concluso e che l’ordinamento politico sia sempre alla ricerca di un approdo in un altro sistema retto da nuove regole e diversi equilibri… (segue)



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