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FOCUS - Osservatorio Brexit N. 1 - 21/06/2017

 La sentenza della Corte di giustizia sulla revoca della dichiarazione di recesso e il rinvio del voto a Westminster da parte della May

Capire quale direzione possa prendere Brexit è sempre più difficile: più ci si avvicina al 29 marzo, più si compiono passi in avanti, più il quadro si fa complesso e difficilmente intellegibile. Lo scorso novembre, con forse troppo clamore, era stato annunciato il raggiungimento dell’Accordo che avrebbe regolato il distacco tra Regno Unito e Unione europea. Con troppo clamore. Si possono individuare due ragioni su tutte che rendevano ingiustificato l’entusiasmo per il raggiungimento dell’Agreement, una di merito e una di metodo. Nel merito, è sembrato sin da subito difficile che Westminster potesse dare l’ok al testo, dal momento che l’Accordo conteneva la Backstop solution sul confine irlandese: una clausola di salvaguardia del Good Friday Agreement francamente inaccettabile per il Regno Unito. Chi avrebbe potuto votare in favore dell’Accordo? Gli Unionisti del DUP (decisivi nella formazione del gabinetto di Theresa May) temono un confine traslato da Londonderry al Mar d’Irlanda; i conservatori sono spaccati tra chi non apprezza il testo perché troppo morbido e chi non lo apprezza perché troppo duro; i laburisti neanche possono permettersi di pensare a cosa votare di fronte all’occasione affossare il governo conservatore e giocarsi qualche chance di rinascita. Il testo dunque aveva una sorte segnata. E – come si avrà modo di sottolineare più avanti – la May se ne è accorta nell’ultimo istante utile. Nel metodo – ma questa è una considerazione che investe i negoziati Brexit nella loro complessità – come si può chiedere di accettare un accordo sulla separazione se non sono ancora chiare le relazioni future? All’inizio dei negoziati, il team inglese aveva molto insistito affinché si portassero avanti di pari passo i talks sull’accordo di recesso e quelli sulle future relationships. Barnier era riuscito ad imporre un metodo diverso, per cui ogni discorso sulle relazioni future sarebbe iniziato solo una volta chiusi quelli sul recesso, e in particolare – come ormai ben noto – su diritti dei cittadini e pendenze economiche. Che si scelga di organizzare i negoziati secondo un certo programma è senz’altro lecito, che si pretenda però che un Parlamento approvi “al buio” un accordo senza che ancora siano stati fissati i punti sulle nuove relazioni sembra un po’ troppo. La responsabilità – anche in questo caso – non può che ricadere sul governo britannico, che non ha colto come l’accordo di recesso non potesse essere letto se non alla luce di quello sulle future relazioni. La “vera” Brexit si gioca infatti su cosa succederà poi, non tanto su come regolare le pendenze… (segue)



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