La presenza di servizi pubblici locali efficienti costituisce senza dubbio il termometro dello sviluppo di un Paese, essendo in grado di incidere significativamente sulla qualità della vita dei suoi cittadini, sulla coesione sociale, sull’occupazione, sulla crescita economica, sulle prestazioni di un numero rilevante di imprese, sui servizi della pubblica amministrazione, nonché sugli investimenti. In particolare, la mobilità delle persone, che viene soddisfatta principalmente dai servizi di trasporto pubblico locale, dai mezzi privati e dai servizi di mobilità pubblica non di linea (ma anche dalle forme nuove di mobilità, come ad esempio il c.d. car sharing) dipende in larga misura dalla qualità delle reti infrastrutturali locali e dei servizi di rete: in altre parole, dall’impiego di cospicue risorse in tali ambiti. Oramai da molto (rectius, troppo) tempo il trasporto pubblico locale italiano rappresenta una delle più grandi e insolute questioni nazionali, come dimostrano le seguenti circostanze: i servizi di trasporto pubblico locale risultano tuttora sottodimensionati e la realizzazione di molte delle infrastrutture programmate è in grave ritardo, anche a causa degli ingenti costi delle medesime; la manutenzione delle reti si presenta scarsa e la maggior parte dei mezzi di trasporto (si pensi agli autobus e ai treni regionali) ha un’età media molto elevata, con conseguenti pregiudizi per la qualità del servizio; non mancano evidenti disparità territoriali, concernenti non solo il Nord e il Sud del Paese, ma anche territori appartenenti a una stessa Regione; l’offerta di linee metropolitane e di ferrovie suburbane continua ad essere del tutto inadeguata, come dimostra il fatto che «Londra, da sola, ha un numero di linee della metropolitana maggiore del totale italiano e una lunghezza della rete più che doppia rispetto a quella italiana». A ciò si aggiunga che manca uno sviluppo dell’intermodalità, elemento questo che incide in negativo sulla pianificazione degli spostamenti da parte degli utenti. Tali inefficienze si riverberano con tutta evidenza sull’esigibilità del diritto al trasporto pubblico locale e, con specifico riguardo alla presenza di aree a più velocità, sull’effettività del principio di uguaglianza costituzionalmente garantito; ciò tanto su un piano formale, dato che l’art. 3, comma 1, Cost., impone di trattare in modo eguale i cittadini, senza distinzione – tra le altre cose – di «condizioni personali e sociali», quanto su un piano sostanziale, dato che il successivo comma 2 impegna la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» (tra i quali certamente si annoverano le diverse condizioni di sviluppo del trasporto pubblico locale) che impediscono una piena partecipazione «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Vi è dunque anzitutto il bisogno di promuovere e rendere uguale il diritto della persona alla mobilità su tutto il territorio nazionale, partendo dal presupposto che l’esigibilità di siffatta situazione giuridica soggettiva è essenziale per la crescita civile, economica e culturale del singolo, nonché della collettività nel suo complesso... (segue)
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