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NUMERO 23 - 05/12/2018

 La realizzazione e gestione delle opere infrastrutturali nel comparto autostradale

I sussulti di resistenza che attualmente si registrano nei confronti di modelli politici variamente ispirati al liberismo economico e alle sue diverse evoluzioni, e delle salvifiche capacità tradizionalmente ascritte a quest’ultimo, sembrano avere una caratura globale. La collisione tra il quadro assiologico sviluppatosi nel solco dello stesso liberalismo e il modello democratico, più volte venuta in emersione nella storia del pensiero giuridico e politico occidentale – prima tra tutte quella coincidente con la fase di gemmazione dello Stato sociale dallo Stato di diritto, arricchito ed alterato rispetto ai suoi tratti originari – rischia di essere approfondita in un tempo, come quello attuale, ancora segnato dagli effetti di una profonda crisi economica. Quest’ultima finirebbe per rappresentare – anche per effetto di impostazioni retoriche ed ideologizzanti, che affiorano con particolare pervicacia nelle finestre populiste – i risultati fallimentari di una tendenza fondata, tra le altre cose, sul ruolo recessivo dei pubblici poteri nella materia economica. Non è trascorso molto tempo da quando, nel compendiare questo passaggio, è stato sostenuto che “i fallimenti dell’‘economia regolamentata’, il ritmo del progresso tecnologico e la rapida espansione del commercio internazionale dopo la fine della guerra fredda alimentarono un lungo processo di deregolamentazione …, interrotto soltanto dalla crisi scoppiata nel 2007. Questa ha a sua volta innescato una tendenza alla ri-regolamentazione, o a una migliore regolamentazione, tuttora in atto. Il pendolo ancora oscilla, e certo continuerà a farlo in futuro”. Malgrado il profilo essenzialmente finanziario del quadro cui tali rilievi venivano riferiti, si conferma dunque di una certa attualità su di un piano più generale la riflessione intorno al tema del conveniente dosaggio tra pubblico e privato, tra le opzioni – destinate a modularsi in misura diversa in ragione della sensibilità delle epoche attraversate, e considerato anche, il carattere “aperto” della costituzione economica domestica sul punto – di un massiccio intervento pubblico, da un lato, e di uno “Stato minimo” dall’altro. A voler circoscrivere l’orizzonte della riflessione allo scenario europeo, appare sempre più sotto i riflettori il disincanto progressivamente maturato nei confronti di quel progetto originario, che in qualche misura aveva l’ambizione di coniugare l’idea forte di un’economia di mercato con obiettivi di giustizia sociale, ed anzi di elevare la prima a strumento per conseguire la seconda. Sennonché lo spessore e la trasversalità della crisi, ché attraversa le istituzioni e l’idea fondativa stessa dell’Europa, rischia di non essere intellegibile e di compromettere la capacità di orientare la “grande trasformazione” in atto, ove si eluda il denso intreccio di fattori culturali oltre che economici alla base dei fenomeni oggetto di osservazione, e si adotti un approccio unidimensionale al processo di integrazione. Chi si accinga ad individuare le ragioni di questo disincanto finirà per ammettere che, accanto ed oltre le amplificazioni retoriche che prestano il fianco a populismi, vi siano criticità e nodi irrisolti che rimontano tra le altre alla fase di strutturazione dell’eurozona. In particolare la necessità di convertire le singole valute nazionali nell’euro, tenendo al contempo conto dell’indebitamento pubblico e dei disavanzi di bilancio dei singoli Stati, avrebbe richiesto una soluzione diversa da quella in concreto adottata, che è stata fondata sulla scelta della compagine sovranazionale di non ereditare l’indebitamento pubblico dei singoli Stati esistente fino a quel momento; di conservare in capo agli stessi la spesa pubblica, da armonizzare successivamente con i patti di stabilità; di non dotare la Banca centrale europea di strumenti adeguati a “intervenire direttamente sul mercato bancario e finanziario a difesa del valore dell’euro”. Questo passaggio rende ancora più evidente le ragioni per cui la garanzia dei diritti sociali – già terreno sul quale tradizionalmente sono emerse, come si è accennato, tensioni tra modello liberale economico e democrazia – nel quadro europeo venga additata come “la maggiore pietra d’inciampo sulla via dell’integrazione”. La circostanza che la territorialità nazionale rappresenti la dimensione naturale di tutela dei diritti sociali, implicando un impegno economico finanziario che necessita di essere delimitato, imporrebbe allora un riposizionamento dei confini che assicurano una funzione protettiva ai diritti in parola, e dunque presupporrebbe un ordinamento costituzionale europeo compiuto – non più solo la logica dei trattati istitutivi – entro cui la stessa garanzia possa svolgersi sì da fondare un sistema di welfare unitario… (segue)



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