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NUMERO 4 - 20/02/2019

 Qualche considerazione sul ''Governo del cambiamento''. ''Terza Repubblica'' o ritorno al passato?

Non occorre spendere molte parole per richiamare l’attenzione su come l’assetto di governo delineato dai Costituenti sia quello di un sistema caratterizzato da una “centralità parlamentare” cui fanno riscontro, da una parte, un Governo intrinsecamente più “debole” rispetto agli Esecutivi di altri sistemi pur riconducibili alla forma di governo parlamentare; ma anche, da un’altra parte, dei “correttivi” costituzionali tra i quali ha assunto un particolare rilievo il ruolo di quelli che sarebbero stati definiti in dottrina “poteri garanti”, in particolare, il Capo dello Stato e la Corte costituzionale; oltre alla magistratura, cui particolari guarentigie assicurano un ruolo di ordine autonomo e indipendente. Nel contesto, peraltro, di una “costituzione materiale” intesa, senza in queste pagine alcuna pretesa di approfondimento, come assetto istituzionale i cui contenuti variano con l’evolversi del sistema politico-sociale cui lo stesso quadro costituzionale afferisce, vanno considerate le trasformazioni intervenute pur nell’ambito della forma di governo parlamentare nel corso degli ormai compiuti settanta anni di storia costituzionale repubblicana, tanto da indurre di frequente a parlare – pur senza interventi sopravvenuti sulla forma di governo a livello di revisione costituzionale – di una “prima Repubblica”, che si sarebbe esaurita agli inizi degli anni novanta in concomitanza con la crisi partitica che stravolse il quadro politico tradizionale; di una “seconda Repubblica”, sviluppatasi nel contesto di una “transizione repubblicana” dai contorni a volte incerti e fumosi, ma caratterizzata dal passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad un sistema prevalentemente maggioritario e da una concomitante trasformazione radicale del quadro partitico tradizionale; ed anche, seppure con molti interrogativi e comunque in un contesto di incertezze sugli eventuali sviluppi futuri, di una “terza Repubblica” a seguito di una nuova radicale trasformazione del previgente quadro partitico con le elezioni del marzo 2018 e l’avvio della XVIII Legislatura. Se nel lungo arco di tempo della “prima Repubblica”, o almeno per buona parte di esso, il ruolo del Parlamento sarebbe stato fortemente ridimensionato dal ruolo dei partiti politici, tanto da dare l’idea di un Parlamento declassato ad organo di mera “registrazione” delle decisioni prese dagli stessi partiti, anche l’azione del Governo, se si prescinde da alcune parentesi come in particolare nella prima Legislatura o anche in qualche altra fase successiva, si sarebbe spesso rivelata poco incisiva. Basti pensare alla durata media inferiore all’anno dei governi di questa prima fase di storia costituzionale repubblicana. Un più stabile rafforzamento dell’Esecutivo avrebbe caratterizzato quasi tutte le Legislature della “seconda Repubblica” con l’affermarsi di un bipolarismo caratterizzato da una contrapposizione tra forze politiche di centro-destra e di centro sinistra, nel contesto di un tracollo di quasi tutti i partiti tradizionali,  con la sostituzione del previgente sistema elettorale proporzionale dapprima con un sistema di stampo prevalentemente maggioritario, a seguito dell’esito positivo del referendum elettorale del 1993; e successivamente con un sistema pseudoproporzionale, ma in realtà dagli effetti ancora più spiccatamente maggioritari, a seguito della riforma elettorale del 2005. Tuttavia, l’introduzione di elementi di democrazia maggioritaria a favore non di singoli partiti ma di coalizioni partitiche anche scarsamente omogenee, quando non costituitesi per finalità essenzialmente elettorali, portava non ad una vera democrazia dell’alternanza partitica come in Inghilterra, ma ad una alternanza di coalizioni condizionata da rapporti talvolta conflittuali tra i componenti di una stessa coalizione anche con ricadute negative quindi sulla stessa stabilità governativa. Mentre la personalizzazione dei confronti elettorali, con punte a volte esasperate, è vero che per certi aspetti e per qualche periodo ha dato l’impressione dell’avvio all’instaurazione di fatto di una sorta di premierato: sennonché, la forte incidenza del fattore carismatico alla base di tale fenomeno e quindi il suo carattere contingente, e il contestuale “svuotamento ideologico” dei partiti hanno finito per determinare una crescente “fluidità” partitica, anch’essa con inevitabili ricadute sulla stabilità governativa. Negli anni, comunque, della “seconda Repubblica”, pur nell’alternarsi delle coalizioni e le non poche crisi nell’ambito della stessa coalizione, la durata media dei governi si raddoppiava rispetto alla durata media dei governi del periodo della “prima Repubblica”… (segue)



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