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NUMERO 14 - 17/07/2019

 Riflessioni sul populismo

L’ordine politico-costituzionale delle moderne democrazie, fondato sulla rappresentanza politica, è percorso oggi da crisi di natura politica, economica e sociale di vasta portata. A monte delle varie forme di crisi un famoso sociologo e filosofo ha colto l’esistenza di una sorta di “meta-crisi”, relativa al “nostro modo di essere nel mondo”, dovuta al venir meno della “speranza di un futuro migliore del presente” in un’epoca in cui il progresso “evoca più paura che speranza”. In tale contesto viene in evidenza anche la crisi della rappresentanza, che si presenta come “permanente”. Infatti un po’ dovunque si può cogliere la disaffezione delle masse nei confronti dei meccanismi della democrazia rappresentativa e la crescente delegittimazione delle istituzioni democratiche quale conseguenza della diffusa corruzione delle classi dirigenti e del discredito dei partiti politici tradizionali. Questi ultimi, in particolare, percepiti come autoreferenziali e lontani dai bisogni della gente, sembrano ormai privi di una identità definita ed incapaci di continuare a rappresentare il collante tra società civile e istituzioni, che in fondo dovrebbe essere la giustificazione principale della loro esistenza. Peraltro tale situazione non ha origini recenti e anzi da tempo, nei paesi democratici più avanzati, è in atto una tendenza a una sostanziale riduzione della partecipazione politica popolare, con un drastico calo degli iscritti ai partiti e il preoccupante fenomeno della crescente astensione dei cittadini dal voto, al punto che il suffragio universale, formalmente esistente, risulta essere sempre meno effettivo. Inoltre il rapporto tra politica ed economia ha subito un rovesciamento, con la seconda che sembra essersi imposta sulla prima e che quindi, al contrario del passato, impone ormai la sua agenda. Si poi è assistito anche alla crescita del ruolo del potere giudiziario e al proliferare di istituzioni tecniche non rappresentative. Bisogna osservare che, a partire dalla rivoluzione francese, quanto meno nell’Europa continentale, si riteneva che i giudici dovessero essere relegati a meri servitori della legge, a causa della diffidenza nei confronti delle corti dell’antico regime e per il ruolo centrale assunto nel sistema dalla legge stessa, in quanto espressione della volontà generale e a cui era affidato il compito di assicurare la migliore protezione dei diritti dei cittadini. Tuttavia il discredito dei regimi parlamentari europei, che nella prima metà del XX secolo non riuscirono a sbarrare la strada ai regimi totalitari, fece venir meno tale assunto, con la conseguenza che i Parlamenti, dopo la generalizzata introduzione di forme di controllo di costituzionalità delle leggi, cedettero al potere giudiziario il ruolo di garanzia ultima dei diritti. Come è noto, nella moderna forma di democrazia il popolo non si governa autonomamente ma solo tramite rappresentanti; tuttavia le decisioni assunte e le politiche perseguite sono sottoposte al suo giudizio, nel momento in cui, con le elezioni, esso sceglie se confermare o negare la fiducia concessa ai medesimi rappresentanti. Invece nella democrazia diretta, nella sua forma pura adatta solo a una comunità composta da un numero ridotto di persone, il popolo si governa da sé, senza intermediari. Una simile alternativa potrebbe far ritenere non democratico un sistema in cui il potere giudiziario, non espressione del popolo né sottoposto al suo controllo, abbia un ruolo preponderante, al punto da assurgere a una sorta di “potere costituente permanente” anche a causa delle mancanze del potere legislativo… (segue)



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