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NUMERO 16 - 04/09/2019

 L'età digitale come ''età dei diritti'': un'utopia ancora possibile?

La nostra è un’epoca complessa, caratterizzata da una duplice spinta verso l’espansione e la contrazione dei diritti. Da un lato, infatti, la società contemporanea porta inevitabilmente alla nascita di nuovi e sempre diversificati diritti, che possono essere ricavati dai testi costituzionali già esistenti ovvero costituzionalizzati ex novo; dall’altro, il mutamento del contesto mondiale, che va evolvendosi nel senso della «destatalizzazione del diritto», rischia di privare di effettività diritti vecchi e nuovi e di far ritenere prevalenti «esigenze di sicurezza» e «logiche di mercato» globalmente avvertite, spesso anche al di là di quanto sarebbe consentito dalle singole Costituzioni delle democrazie stabilizzate. Il rovesciamento di prospettiva, da un’ormai quasi utopistica età “dei diritti” immaginata da Bobbio a una più realisticamente definibile come età “dei mercati”, è stato paradossalmente accentuato proprio dalla crisi del mercato globale iniziata nel 2008: nelle difficoltà economiche, infatti, i diritti hanno finito in molti casi per essere considerati recessivi, alla stregua di un lusso che non ci si può più permettere. Eppure, come la storia insegna, è proprio quando sembra mancare anche “il pane” che si avverte più che mai il bisogno di diritti. Se nella Francia del XVIII secolo la Révolution condusse alla Déclaration, oggi, se vogliamo continuare a essere pienamente “cittadini”, è necessario ripartire proprio dai diritti. In effetti, riportare i diritti al centro del diritto è una necessità che deve essere riaffermata quando maggiore è il pericolo di contrazione di quei diritti, quindi anche e soprattutto in epoca di crisi economica. D’altra parte, non si vuole qui certo negare che le contingenze economiche richiedano talvolta scelte anche impopolari. I diritti, tuttavia, non sono e non dovrebbero mai essere considerati un lusso sacrificabile: essi, infatti, sono fondamentali e preesistenti, e non a caso la nostra Carta, con grande accuratezza lessicale, li riconosce e li garantisce (art. 2 Cost.). In definitiva, i diritti vanno presi sul serio, come ci ricorda Dworkin, ed è forse possibile anche un altro tipo di globalizzazione, «attraverso i diritti, non attraverso i mercati», come auspicava Rodotà. Per tentare di intraprendere questo cammino è forse anzitutto necessario riempire nuovamente di significato i diritti fondamentali già costituzionalmente garantiti per evitare che divengano formule svuotate di effettività e precettività, vanificando così il percorso compiuto dalla Corte costituzionale a partire dal 1956. Se molti dei diritti che la Repubblica “riconosce e garantisce” restano, ancora oggi, lettera morta, come possiamo immaginare che ricevano tutela effettiva i nuovi diritti dell’era digitale? Occorre ripartire dai diritti, quindi, per conquistare nuovi diritti e per riconquistare i vecchi, affinché la nostra possa tornare ad essere “l’età dei diritti” e non più soltanto l’età dei mercati. La società di oggi, per la sua complessità, più che mai non può prescindere dal diritto e più che mai non può prescindere dai diritti fondamentali, che di quel diritto costituiscono il nucleo essenziale. Diritti fondamentali vecchi e nuovi, di prima, seconda, terza, quarta e forse quinta generazione, di tutte le generazioni e di nessuna generazione sono indispensabili affinché l’homo oeconomicus non perda mai di vista la sua humanitas. Se l’an appare tutto sommato facilmente condivisibile, il discorso si rende ben più complesso se si riflette più a fondo sul quomodo… (segue)



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