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NUMERO 12 - 05/05/2021

 Democrazia dentro il partito: perché guardare il dito, invece della luna?

In un elzeviro di Emanuele Severino apparso sul Corriere della Sera del 20 settembre 1998, dal titolo L'illusoria sicurezza dei nostri politici, c’è in particolare un passo che, quando lo lessi la prima volta, mi colpì molto, perché mi irritava non averne potuto seguire le suggestioni e sviluppato le implicazioni in un libro che avevo pubblicato all’inizio di quell’anno. Rileggendolo oggi mi rendo conto di quanto siano attuali e infinite quelle implicazioni: «Ora, i politici tendono oggi a identificare la loro attività con la democrazia. Tendono cioè - ecco il loro abbaglio - a confondere il rapporto tra la loro attività e gli scopi che essa si prefigge, col rapporto tra la democrazia e i contrastanti scopi politici che intendono servirsi di essa come mezzo (e che sono invece essi a diventare dei mezzi logorabili). La democrazia sta diventando lo scopo dei valori politici; ma i politici si illudono che sia la loro attività, che ha come scopo quei valori, a dover diventare lo scopo della vita sociale. Un sogno. E i mass media lo prendono sul serio». All’ombra di queste riflessioni dense come il nucleo del sole, la domanda da un milione di dollari non è soltanto se i tempi siano ormai maturi perché la democrazia interna dei partiti possa essere imposta per legge. Sebbene, come proverò a dire, si tratti di una questione praticamente innocua, anche se non inutile, quella domanda guarda il dito mentre l’intuizione di Severino spinge a chiedere la luna, nella misura in cui lacera il velo sul rapporto tra partiti, democrazia e potere, mettendo al microscopio la realtà di partiti avvolti «nell’illusione che sia la loro attività … a dover diventare lo scopo della vita sociale». Alzando il tiro, essa mette a nudo l’illusione che democratizzando i partiti si possa oggi democratizzare il potere… (segue)



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