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NUMERO 6 - 24/02/2021

Un tornado silenzioso

Un tornado si è abbattuto sulla politica italiana: un tornado che, con il sorriso sornione di un cittadino romano, cioè di un soggetto che ha visto cadere imperatori e papi, senza che Roma ne venisse scossa, ma di un romano con l’accento tedesco e con il respiro mondiale, rischia di mettere sottosopra la politica italiana oppure di lasciare dietro di sé le ultime macerie di uno Stato che arranca faticosamente dietro le grandi modificazioni di questo inizio di terzo millennio. Avevamo in verità iniziato nel 2018 la XVIII legislatura con un risultato sorprendente e inatteso nella sua ampiezza: grande successo del Movimento Cinque Stelle, che aveva raggiunto un poderoso 33% dei voti; debacle del Pd, che era crollato dal 40% delle elezioni europee del 2014 ad un misero 18.7%; buon risultato del centro-destra unito, pari al 37%, che però non era stato in grado di avvicinarsi alla maggioranza dei seggi in Parlamento, fermandosi a 265 seggi alla Camera e 137 al Senato.  Nell’inaspettato risultato dei 5Stelle aveva giocato sicuramente un ruolo quella fascia fisiologica di disagio che, in un paese complicato come l’Italia, si attesta tradizionalmente tra il 10 e il 15%; al risultato aveva contribuito un incredibile senso di stanchezza e di distacco dai parametri tradizionali del Paese da parte di pezzi importanti delle classi dirigenti del Paese: basti pensare all’atteggiamento tenuto negli anni che vanno dal 2013 al 2018 dal Corriere della sera e da La 7,  mezzi di comunicazione di massa appartenenti allo stesso proprietario, di cui forse si aspettava la discesa in campo; un forte apporto lo avevano dato le posizioni di intellettuali di spicco della nostra cultura, che si erano avvicinati al Movimento, fino al punto di essere disponibili a candidature di bandiera, anche per incarichi importanti; un ruolo significativo aveva giocato, specie a Roma e nel Sud,  il disincanto egoista di una fascia di borghesia improduttiva, che pensava – cavalcando il grillismo – di riuscire a liberarsi dei costi dello stato sociale, senza doversi porre il problema di affrontare il tema  di una sua riforma  in una direzione più efficiente e più giusta. Non poco infine aveva giocato l’attitudine talvolta aggressiva di alcune Procure che, appoggiate da mass media vecchi e nuovi in una tardiva riedizione di “Mani Pulite”, avevano lanciato attacchi, spesso destinati solo a creare discredito su pezzi importanti dell’amministrazione, della cultura, della borghesia produttiva: il clamore attorno a Mafia Capitale, con il fango gettato su Roma in Italia e all’estero, è solo la punta dell’iceberg di ciò che è successo in Italia nell’ultimo decennio; la crisi della magistratura provocata dal caso “Palamara”, per quanto si cerchi di ridurne la portata, invece di affrontarla con serietà e attenzione, è solo l’epifenomeno di un disagio istituzionale molto più profondo e molto più radicato di quanto si possa pensare. Tre anni fa aveva prevalso, in un clima forzato e malmostoso, un’alleanza tra populisti e sovranisti, in cui si erano messi insieme su parole d’ordine, spesso violente,  anti-sistema e antieuropee, Lega e 5 Stelle. La continua volatività dell’elettorato italiano, pronto a spostare masse di voti da partito all’altro nel giro di poco tempo, aveva rovesciato nel 2019, quindi già solo dopo un anno, alle elezioni europee,  il risultato politico del 2018: la Lega aveva superato il 34%, i 5Stelle si erano fermati al 17% (mentre il Pd aveva leggermente migliorato il suo score, raggiungendo il 22.7%).  La Lega aveva allora pensato di poter rovesciare il tavolo, cercando nuove elezioni dopo nemmeno un anno dalle elezioni politiche; come risposta, si era costruita, all’inizio in maniera solo tattica, poi con ambizioni strategiche, un’alleanza tra Pd, 5 Stelle e pezzi residui di una sinistra organizzata intorno a LeU. Nel costituzionalmente doveroso silenzio del Presidente della Repubblica, questo ribaltamento, dovuto ad un inspiegabile - e ancora inspiegato - eccesso di sicurezza del leader della Lega, era sembrato dovuto ad una estemporanea proposta di Renzi, era stato subito dal Pd di Zingaretti, che si era adeguato solo successivamente, e aveva visto come artefice e deus ex machina il Presidente del Consiglio del primo governo giallo-verde della legislatura, che era riuscito a traghettare sé stesso e i 5Stelle verso un governo con i nemici di sempre, quel Pd che fino a qualche giorno prima era stato il partito di Bibbiano, il partito degli eurocrati, il partito sbeffeggiato nelle dirette streaming.  Ma anche questa alleanza è durata l’espace d’un matin, poco più di un anno. E, di fronte alle insuperabili difficoltà di governare con un movimento che, per incapacità strutturali,  non riusciva e non riesce a trasformarsi in partito politico, ad essere portatore di una elaborazione prospettica, di una capacità di sintesi degli interessi, della indicazione di una direzione da imprimere ad un paese di 60 milioni di abitanti, anche questa alleanza è crollata, nonostante le illusioni di una parte del Pd di poter costruire su di essa una prospettiva strategica, illudendosi che il voto perso a sinistra fosse tutto finito nelle casse dei 5Stelle e fosse inevitabilmente destinato a rientrare nella cassaforte di un Pd che aveva finalmente recuperato una dimensione di “vera” sinistra.  Anche qui di nuovo Renzi è stato il detonatore della crisi e il Pd è apparso lento a cogliere le novità della situazione, ma questa volta il Capo dello stato, pur rimanendo silenzioso, ha avuto la mossa da protagonista. Dopo le dimissioni del Prof. Conte, espletato un primo infruttuoso giro di consultazioni, affidato un mandato esplorativo al Presidente della Camera Fico, quindi alla personalità più in grado di verificare la permanente praticabilità di un’alleanza Pd – 5Stelle - LeU, in grado di aggregare una maggioranza numerica nei due rami del Parlamento, di fronte al certificato fallimento di questa ipotesi, il Capo dello Stato ha convocato al Quirinale Mario Draghi, ex- Governatore della Banca d’Italia, ex-Presidente della Banca Centrale Europea, per l’incarico della formazione del nuovo governo. La mossa, peraltro non del tutto inattesa,  ha comunque scombussolato il quadro politico. I 5Stelle si sono spaccati;  LeU, nel suo piccolo, si è spaccata; il centro-destra si è spaccato, con Forza Italia pronta da subito a partecipare alla nuova avventura, la Lega che ha dovuto prendere atto che il suo elettorato non avrebbe capito l’opposizione all’uomo che aveva salvato l’euro e garantiva una prospettiva di crescita con i soldi europei, e Fratelli d’Italia rimasta, pur fra dubbi, all’opposizione (facendo propria la romantica espressione, per cui “ci siamo seduti dalla parte del torto, perché dalla parte della ragione non c’era più posto”). Il Pd, formalmente unito nell’appoggio a Draghi, si sta lacerando fra la prospettiva di un’alleanza strategica con ciò che rimane dei 5Stelle e la necessità di mantenere un solido ancoraggio nel centro sociale e politico del Paese. Le diverse forze centriste (da Italia Viva a Azione, da +Europa ai centristi di osservanza cattolica alla stessa Forza Italia) si stanno interrogando sulla possibilità di dar luogo ad una formazione collocata non solo tatticamente, ma anche strategicamente al centro del sistema politico italiano o se la loro sorte sia quella comunque di trovare una collocazione a destra o a sinistra di un centro inteso solo come luogo geografico. Si è alla fine trovata un’amplissima maggioranza parlamentare; si è formato – ma ad oggi ancora non si è completato, non essendo stati nominati sottosegretari e Vice-ministri – un nuovo Governo. Il Governo Draghi si è mosso nel rispetto dell’art. 92 Cost. (“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i Ministri”), ma con la consapevolezza, da parte del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio,  della necessità del raggiungimento dell’obiettivo individuato dall’art. 94, per cui il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.  Non un governo del Presidente, o dei due Presidenti, come pure è stato detto, non un “torniamo alla Costituzione” attraverso il ripristino dell’art. 92, ma un “Governo del Paese”, un governo animato dallo “spirito repubblicano”, come ha detto il Presidente del Consiglio nel discorso della fiducia, un Governo per il Paese, nell’osservanza delle vigenti norme costituzionali, con quel margine di elasticità che esse permettono, nel rispetto delle consuetudini e nell’accoglimento delle prassi.  Nel discorso sulla fiducia sono molte e molto importanti le cose che Draghi ha detto: ha posto l’accento sulla irreversibile scelta per l’Europa (“Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma fuori dall’Europa c’è meno Italia”) e per l’euro; ha sottolineato la necessità di uscire dalla pandemia con una adeguata organizzazione della vaccinazione; ha posto l’accento sulla necessità di riformulare il Recovery Plan per permettere una buona ripartenza dell’economia con i tanti soldi che arriveranno dall’Europa; ha sottolineato la necessità di contrastare il crescere delle diseguaglianze sociali; ha ribadito la centralità di un processo di sviluppo orientato alla sostenibilità ed alla transizione ecologica; ha richiamato la centralità della scuola, unico vero grande ascensore sociale, che permette un ordinato sviluppo della società; ha posto l’accento sulla questione di genere, sul Mezzogiorno, sulla riforma della pubblica amministrazione. Ha soprattutto accettato di mettere la sua credibilità e le sue capacità personali al servizio del Paese.  Ma sono molte anche le cose che non ha detto. Colpisce in particolare il silenzio sulle riforme istituzionali ed elettorali, temi che, dopo aver appassionato l’opinione pubblica negli ultimi anni, sono improvvisamente scomparsi negli ultimi giorni dai giornali e dal dibattito pubblico... (segue)



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